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domenica 22 marzo 2015

Un compositore ruvese di marce funebri: Antonio Amenduni

A cura del prof. Cosmo Tridente.

La maggior parte dei cittadini ruvesi ricordano il maestro Antonio Amenduni per le sue meravigliose e commoventi marce funebri, alcune delle quali nate sull’onda di emozioni dolorose, riguardanti momenti particolari della sua vita.



Antonio nacque a Ruvo di Puglia il 5 maggio del 1896. Si diplomò al conservatorio San Pietro a Maiella di Napoli in pianoforte, composizione e strumentazione per banda, e canto corale. Tenne la direzione della banda ruvese fino al 1932 e quella della scuola Comunale di musica fino al 1947 quando rassegnò le dimissioni e l’anno successivo subentrò il fratello Alessandro Amenduni. Docente di musica presso l’Istituto Magistrale di Foggia e di Terlizzi, morì a Ruvo il 24 agosto del 1988 all’età di 92 anni.
La prima delle sue composizioni funebri, quella marcata come la n.1 ha per titolo Quante Lacrime, dedicata a suo zio Berardino. Alla morte del padre dedicò quella  che porta per titolo Triste Ricordo e sul frontespizio del manoscritto leggiamo: “alla memoria del mio caro babbo 1923”. Al 1927 (precisamente al 24 marzo) risale Dolore  Eterno. Porta la data del 15 agosto 1949 quella dedicata alla mamma il Pianto dell’Orfano, marcia tra le più belle e complicate in questo suo genere, come spesso hanno ammesso alcuni maestri di banda moderni.
Ricordiamo ancora una marcia dal titolo Tristezza. Discorso a parte merita la marcia funebre Planctus Mariae.



Questa composizione nasce nel marzo del 1973 come colonna sonora, o commento musicale, alla sacra rappresentazione della passione e morte di Cristo che ogni anno si rappresentava nella cittadina pugliese in Piazza Castello. La storia ci permette di seguire passo passo il nascere di questa opera, da quando il maestro registrò i primi brani, in tutte le sue varianti, sull’organo della chiesa del Redentore. Varianti che a volte contemplavano l’inserimento del flauto suonato dal maestro Giacomo Brucoli. Nel maggio dello stesso anno troviamo questi brani in forma di marcia funebre per pianoforte, mentre al 19 luglio 1973 risulta la trascrizione per banda. Una marcia, questa, che risulta “la più complessa da eseguire perché il tema è presentato la prima volta nel registro acuto (per clarinetti) e una seconda volta nel registro grave, ma con l’aggiunta di un altro tema in contrappunto”.
Nell’ultimo periodo della sua vita, il maestro ha prestato particolare attenzione alla riscoperta della musica popolare. “Ci sono individui che operano in mezzo al popolo, che vivono con le braccia, privi di una istruzione letteraria, ma sensibilissimi a percepire nel loro animo sensazioni che facilmente e felicemente traducono in canto. Un canto, musica e parole, che il più delle volte nasce senza forma artistica: suoni privi di un’altezza determinata per poterli fissare sul pentagramma, parole messe a caso senza alcun rispetto della metrica. Eppure quel canto ha il potere di suscitare nell’animo dell’ascoltatore un senso di gioia, di commozione, di diletto”. Chi scrive questo è il maestro Amenduni. E più oltre: “Questo passato di vita e di arte del nostro popolo è doveroso fissarlo nel ricordo, perché nel ricordo si rinnovella”.
E per finire vorrei riportare un pensiero del maestro, rivolto ai giovani nell’aprile del 1970: “A voi il nobile compito, giovani di oggi, di far conoscere ai giovani di domani le usanze e gli avvenimenti di cui oggi voi siete solleciti protagonisti; fatelo alla maniera con cui il padre racconta ai propri figli i giorni più belli della sua giovinezza, così la storia del nostro paese, tramandata da una generazione all’altra, rimarrà sempre viva e sarà sempre più amata” (da Il Rubastino della Pro Loco di Ruvo di Puglia).

* Testo e foto a cura del prof. Cosmo Tridente.

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