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giovedì 3 aprile 2014

La Domenica delle Palme

A cura del Prof. Cosmo Tridente

Con la Domenica delle Palme inizia la solenne celebrazione della Settimana Santa, nella quale vengono ricordati e celebrati gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù, con i tormenti interiori, le sofferenze fisiche, i processi ingiusti, la salita al Calvario, la crocifissione, morte e sepoltura e infine la sua resurrezione.

Gesù entra in Gerusalemme in un'apoteosi, una glorificazione, un'esaltazione, una festa che nessun  re, con tutta la sua potenza in oro e soldati ha mai avuto. Lo storico Jérémias ed altri studiosi hanno calcolato che quel giorno, ad acclamare il Figlio di Dio, che passava per le vie di Gerusalemme, c'erano oltre centomila persone. Una cifra, questa, che oggi, Lourdes, Fatima e i maggiori santuari cristiani raggiungono solo in casi particolari o in circostanze eccezionali, come un viaggio del Papa.

Ricordiamo brevemente l’episodio raccontato dall’evangelista Giovanni (12,12-15): «La gran folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele! Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto: non temete figlia di Sion! Ecco, il tuo re viene, seduto sopra un puledro d'asina».



Si osserva che Gesù, essendo considerato dalla folla un re, avrebbe dovuto cavalcare un cavallo, com'era nella tradizione del Medio Oriente antico, invece sceglie un asino, animale umile e servizievole, sempre a fianco della gente umile e pacifica. Del resto, l'asino è presente nella vita di Gesù sin dalla nascita, nella stalla di Betlemme e nella fuga in Egitto della famigliola in pericolo. Inoltre la folla lo acclama "osanna". Osanna è la terza parola ebraica che la Chiesa ha conservato nella sua preghiera liturgica senza tradurla. Etimologicamente deriva dall'ebraico הושענא "hoshana" che significa aiutaci, salvaci. Meno usata di "alleluia" e di "amen", "osanna" viene abitualmente ripetuta nella santa Messa nel canto del "Santo" ma è soprattutto alla Domenica delle Palme che ritorna più volte nella liturgia in tutta la profondità del significato.

La ricorrenza si svolge con una processione. All'ora stabilita, i fedeli si riuniscono in un luogo fuori della chiesa; il sacerdote officiante benedice i rami di palma o di ulivo e subito dopo, la processione si avvia verso la chiesa. Qui giunti, si dà inizio alla celebrazione della Messa, che si distingue per la lunga lettura della Passione di Gesù, tratta dai vangeli di Marco, Luca, Matteo, secondo il ciclico calendario liturgico. Il racconto della Passione viene letto alternativamente da tre lettori rappresentanti: il cronista, i personaggi della vicenda e Cristo stesso. Esso è articolato in quattro parti: l'arresto di Gesù; il processo giudaico; il processo romano; la condanna, l'esecuzione, morte e sepoltura. Al termine della Messa, i fedeli portano a casa i rametti di ulivo benedetti, conservati quale simbolo di pace, scambiandone parte con parenti ed amici.



Corrado Pappagallo (su "Quindici" del 15 marzo 2014) ci fa sapere che su Corso Dante, una volta "Strada Borgo", subito dopo la chiesa di Santo Stefano vi era, fino al 1813, la sede dell'ospedale locale gestito dalla Confraternita della Pietà o Carità. Oggi la sede dell'ex Ospedale corrisponde ai locali dal numero civico 71 al 75. Nello spazio antistante, una volta era eretta una tribuna in muratura, detta i "Quattro Cantoni": consisteva in una base rialzata a pianta quadrata di circa 20 palmi di lato (circa 5,28 metri) con quattro colonne che sostenevano quattro archi su cui poggiava una cupoletta; il tutto era alto 30 palmi (circa 8 metri). Fra le colonne vi era una balaustra con colonnine in pietra. Su un lato vi era scolpita l’iscrizione "Sacris Palmis Dicatum", da un altro lato lo stemma della città, al centro vi era un poggiolo di pietra a forma di croce sormontato da un'aquila a modo di leggio. Questo manufatto, di cui si ignora l'epoca della sua costruzione e da chi fu voluta, serviva nella Domenica delle Palme per la benedizione delle Palme seguita dalla lettura della Passione di N.S.Gesù Cristo. Nel primo giorno della fiera, che si svolgeva dall' 8 al 15 settembre, lì si insediavano i Maestri di Fiera alla presenza di un notaio che redigeva l’atto di possesso della carica. La tribuna dei Quattro Cantoni, ultimo legame storico con i Maestri di Fiera e la benedizione delle Palme, fu demolita nel 1814.

L'evangelista Giovanni parla espressamente di rami di palma, ritenuti un simbolo di trionfo, e non di rami di ulivo. Secondo storici ed esperti di religione, in Italia i rami di ulivo sarebbero stati introdotti nella tradizione popolare a causa della scarsità di palme in diverse aree del paese.

Alcuni poeti italiani, tra la fine dell'Ottocento e la fase iniziale del Novecento, hanno scritto delle poesie dedicate a tale ricorrenza. Ne ho scelta una di Giovanni Pascoli nella quale è evidente la poetica del "fanciullino". Pascoli, cioè, ritiene che in ogni persona (indipendente dal lavoro che svolge e dalla condizione sociale) ci sia un fanciullino. Esso è uno spirito sensibile che consiste nella capacità di meravigliarsi delle piccole cose, proprio come fanno i bambini.

L’Ulivo Benedetto
Oh, i bei rami d’ulivo! chi ne vuole?
Son benedetti, li ha baciati il sole.
In queste foglioline tenerelle
vi sono scritte tante cose belle.
Sull’uscio, alla finestra, accanto al letto
metteteci l'ulivo benedetto!
Come la luce e le stelle serene:
un po' di pace ci fa tanto bene.

Con questi sentimenti parta dalla bocca di tutti, in un impegno solenne, l'augurio di tanta pace e di una vita migliore, oggi più che mai turbata e angosciata, in ogni angolo del mondo.

* Testo a cura del prof. Cosmo Tridente.
* Foto tratte dal web.

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