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lunedì 7 maggio 2012

La Festa dell' Ascensione a Molfetta

A cura del prof. Cosmo Tridente.

Il 20 maggio la Chiesa Cattolica celebra la festa dell’Ascensione, cioè la salita al Cielo di nostro Signore che è l’ultimo atto della sua vita terrena.
L’episodio non è narrato dagli evangelisti allo stesso modo. Marco, infatti, afferma che dopo aver parlato agli apostoli “Gesù
fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio” (Marco 16, 19). Luca aggiunge che l’Ascensione avvenne a Betania mentre Gesù benediceva gli apostoli (Luca 24, 50-51) e negli Atti degli apostoli (1, 9-11) è precisato che, mentre gli apostoli stavano guardando, Gesù “fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo”. Matteo non accenna all’ascesa fisica vera e propria, ma sottolinea il potere che si irradia dall’Ascensione di Gesù: “Ogni potere mi è stato dato in cielo e in terra” (Matteo 28, 19). Giovanni parla solo indirettamente dell’Ascensione nell’episodio del “noli me tangere” quando Gesù dice alla Maddalena: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre. Ma và dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Giovanni 20, 17).



Per i credenti, giusta la riflessione di Mons. Francesco Lambiasi, l’Ascensione non rappresenta la “sottrazione” della persona di Gesù al nostro contatto, ma costituisce la “moltiplicazione” della sua presenza. Questo aspetto dell’Ascensione che rende fisicamente invisibile ma spiritualmente onnipresente il Cristo, è stato ben espresso dalla scrittrice Elsa Morante, nel suo celebre romanzo La Storia (pubblicato nel giugno del 1974 nella collana Gli Struzzi dalla casa editrice Einaudi): “Ah, Cristo, sono duemila anni che aspettiamo il tuo ritorno. Io - risponde lui - non sono mai partito da voi. Siete voi che ogni giorno mi linciate, o peggio ancora, tirate via senza vedermi, come s’io fossi l’ombra di un cadavere putrefatto sotto terra. Io tutti i giorni vi passo vicino mille volte, mi moltiplico per tutti quanti siete, i miei segni riempiono ogni millimetro dell’universo, e voi altri non li riconoscete, pretendete di aspettare chi sa quali altri segni volgari”.
Da principio l’Ascensione era celebrata il giovedì che segue la quinta domenica dopo Pasqua, ossia quaranta giorni dopo la Pasqua. A partire dal 1977 fu spostata alla domenica successiva per dare maggiore solennità alla liturgia celebrativa.
Nella solennità dell’Ascensione è tradizione a Molfetta collocare, all’interno dell’arco della Terra (un tempo sul frontone del medesimo arco) una croce fatta di rami, piante orticole, fiori e frutti novelli. Duplice è il significato di questo rito. Anzitutto vuole esprimere un atto di offerta al Signore delle primizie della terra, chiedendo la sua benedizione. In secondo luogo, con il patrocinio di S. Corrado, si invoca la benedizione di Dio su tutta la città e i suoi abitanti affinché in essa si cammini nella fedeltà alla legge di Dio. Il rito ha inizio in Cattedrale con la celebrazione di una Messa solenne. Subito dopo, tra nuvole di incenso, la croce viene portata a braccia in processione per essere innalzata sull’arco della città vecchia. Accompagna la croce il Capitolo Cattedrale e una moltitudine di fedeli che rispondono alla litania dei santi (antichissima preghiera litanica che si fa risalire a Papa Gregorio Magno nel 590), cantata dai sacerdoti lungo il percorso.
In passato, nella ricorrenza dell’Ascensione, si approntavano in campagna e nei portoni, con robuste funi, delle altalene (tùndre) per il divertimento di ragazzi e ragazze che cantavano un canto tipicamente molfettese: l’Asscèlse (l’Ascensione). Come ha scritto Marco Ignazio de Santis (Il Canto dell’Ascensione e una ninna nanna molfettese, Mezzina, Molfetta 1979), si tratta “di un canto databile almeno dall’Ottocento, originariamente d’indole rituale-propiziatoria, basato su di un nucleo fondamentale di 3-4 strofe, più il ritornello invocante S.Alò, ai quali sono andati a mescolarsi altri versi, in un libero scambio tra famiglie, comitive e singoli individui, con la creazione di nuove strofe, la contaminazione da altri filoni del patrimonio popolare e con la mutuazione più o meno integrale da altre canzoni”. Di seguito riporto le prime quattro strofe con ritornello:

1. La dì de l’Asscèlze è nzegnélàte:
quénne cadì la gràzie ind’a rre ggréne!

Rit. E une, e ddue, e ttrè
sénd’Alò fàue (falla) cadè,
e cci né u (lla) fè cadè,
cusse(chèsse) crestiéne né mmóere mè

2. O tundr’o tundre, o dì de l’Asscèlze,
ném bózze scì è mmèsse a la parrócchie

Rit. Idem

3. Ténghe nu fazzelétte a rrócchje a rrócchje,
ném bózze scì è mmèsse a la parrócchie

Rit. Idem

4. Ténghe nu énidde a cciende pèete
pe ffa sckattà la ggènde de ddo ddrèete

Rit. Idem

Traduco:

1. Il giorno dell’Ascensione è segnalato
quando cadde la grazia (divina) nel grano

Rit. E uno, e due e tre
S.Alò, fallo (falla) cadere,
e se non lo (la) fai cadere,
questa persona non muore mai

2. Sull’altalena, sull’altalena, il giorno dell’Ascensione
non posso andare a messa in parrocchia

3. Ho un fazzoletto (per il capo) tutto macchiato
non posso andare a messa in parrocchia

4. Ho un anello con cento pietre (preziose)
per far schiattare (d’invidia) la gente del vicinato.

Oggi i giochi sono prodotti dalle industrie; la TV e il computer hanno ucciso la creatività dei ragazzi, eliminando i segni educativi del gioco: i movimenti, la socializzazione, la fantasia, la costruzione, l’avventura. Un tempo con poco si sopravviveva alla noia. Oggi purtroppo ciò non avviene più, come pure, a causa dell’aumento del benessere e del traffico non si gioca più nelle strade e i giochi tradizionali come o tùndre (all’altalena), a zzì trave lùenghe (una specie di salta cavallina umana), a la gòmme (alla gomma), a chevà (a nascondino), o pitinghìne (scatto con il dito), a la corde (alla corda), continuano a vivere solo nella memoria dei più anziani. Giustamente Ugo Foscolo, nelle sue Ultime lettere di Jacopo Ortis, così scriveva: “Facciamo tesoro di ricordi cari e soavi i quali ci dèstino, negli anni che ancora lunghi e tormentati ci avanzano, le memorie che non siamo sempre vissuti nel dolore”.

* Testo a cura del prof. Cosmo Tridente.
* Foto tratta dal web.

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