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venerdì 23 marzo 2012

Un' antica tradizione: l' Avèmmèri alla Mèdonne

A cura del prof. Cosmo Tridente.

Com’è noto, la Madonna (definita Theotokos = Madre di Dio, nel Concilio di Efeso dell’anno 431) è venerata da tempo immemorabile e questa adorazione può avvenire nei modi più svariati che possono essere la preghiera, la pittura, la letteratura e tutte le altre arti, le feste religiose, le feste patronali, i pellegrinaggi nei luoghi sacri.

Queste molteplici testimonianze e forme di adorazione, testimoniano il fatto che la pietà e la devozione Mariana hanno attraversato il tempo senza essere scalfite nella mente e nel cuore dei fedeli. Una di queste testimonianze è quella che a Molfetta è conosciuta con il nome di l’Avémméri alla Médonne. In che cosa consiste?

Nella notte tra il 30 e il 31 marzo di ogni anno, dopo la mezzanotte, un gruppo di donne e uomini si danno appuntamento in piazza Cappuccini e di là alcuni si dirigono verso levante, altri verso ponente della città declamando a gran voce, nel silenzio della notte: ci è devòte alla Médonne! ci a va dìsce l’Avémméri alla Médonne, fèmmene! Uno dei banditori era un tale chiamato con l’appellativo Gevénne de re d’òeve (Giovanni delle uova), perché vendeva uova in via Annunziata. Costui era un noto bestemmiatore. Infatti, quando riceveva qualche scortesia da parte degli acquirenti, lui reagiva pronunciando bestemmie a base di santi, morti e resurrezioni e morti ancora e resurrezioni di poi. Diceva di svolgere quella pia mansione non solo per tradizione familiare ma anche e soprattutto per chiedere perdono alla Madonna delle sue blasfemie.

I devoti, così sollecitati, si recano alla spicciolata sul Calvario. Lì accendono lumini e in attesa delle ore 4 recitano quindici poste del rosario, declamano una lauda in dialetto sulla Passione di Cristo e alle ore 4 precise tutti i convenuti si mettono faccia a terra recitando tre Ave Maria per la purità, la castità e la verginità di Maria, recita che si ritiene rivelata dalla stessa SS. Vergine a S. Matilde di Hackeborn, mistica tedesca vissuta nel sec.XIII, tra il 1241 e il 1299. In tempi lontani, coloro i quali erano impossibilitati a recarsi al Calvario per tradizione dovevano inginocchiarsi sul pavimento di casa e recitare le tre Ave Maria, dopo aver acceso una tipica lampada ad olio: consisteva in un bicchiere di vetro con dentro un’emulsione di acqua ed olio che bruciava, con l’aiuto di uno stoppino fatto di cotone, su una piccola base triangolare di sughero.

Poi i partecipanti raggiungono, salmodiando, la chiesa del Purgatorio dove pregano e bussano per tre volte alla porta gridando Médonne apre la pórte per chiamare la Madonna Addolorata. Dal Purgatorio vanno quindi alla chiesa di S. Stefano e anche qui bussano per tre volte alla porta gridando Criste apre la pórte per chiamare Cristo morto e risorto. A questo punto, terminata la recita del Padre Nostro, la schiera dei devoti si scioglie. E’ quasi l’alba ed al travaglio usato ciascuno in suo pensier farà ritorno, come direbbe Giacomo Leopardi. Nei luoghi di raduno resta la tremula luce dei ceri votivi accesi dai convenuti.

Quando ha avuto inizio questa tradizione? Presumibilmente dopo il 1858, anno in cui fu realizzato il monumento al Calvario, su progetto dell’architetto molfettese Corrado de Judicibus.

Il bussare alla porta del Purgatorio, secondo una mia interpretazione, potrebbe significare il voler sentire idealmente la rassicurante presenza di Maria che, come ha scritto don Tonino Bello, ha condiviso con la gente le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce. Parimenti il bussare alla porta di S. Stefano potrebbe significare il voler sentire idealmente la presenza di Cristo il quale ha preso su di sé la fragilità della condizione umana condividendo con noi tutto eccetto il peccato.

Pare che l’origine di questa pia devozione sia legata a due leggende: la prima ha per oggetto le streghe, la seconda i lupini. Secondo la prima leggenda i molfettesi avrebbero promesso alla Madonna Addolorata di dedicarle uno specifico momento di preghiera se fossero riusciti, con la sua intercessione, a cacciare le streghe dalla città. La Vergine avrebbe accolto la loro accorata invocazione nella notte tra il 30 e il 31 marzo, operando il miracolo verso le ore 4. Per meglio comprendere questa leggenda mi avvalgo di quanto scritto da Orazio Panunzio nel suo libro Molfetta attraverso le costellazioni. Panunzio racconta che un tempo a Molfetta esistevano due streghe che non avevano origine molfettese. La prima, la strega buona, si chiamava Viola ed era nata in un’isola della Grecia. La seconda, la strega cattiva, si chiamava Margherita e proveniva da un paese della Calabria. Le due donne non erano viste di buon occhio dalla popolazione molfettese perché operavano incantesimi e sortilegi maledicendo tutti i santi del Paradiso. Il popolino asseriva che le due streghe fossero ammalate di licantropia, che soffrissero il “mal della luna”, che nel loro delirio esse si credevano trasformate in bestie feroci e fossero indotte a fuggire nelle strade urlando e contorcendosi, specie nei crocicchi, terrorizzando tutta la popolazione.

La seconda leggenda, quella dei lupini, è tipicamente contadina. Si dice che la Vergine Maria si aggirasse per le strade in cerca del proprio Figlio, ricercato dalle guardie giudaiche. All’improvviso incontrò una ronda e per non farsi scoprire si nascose in una piantagione di lupini che, scossi dalle vesti, produssero un fruscio tale da attirare l’attenzione di quei gendarmi. Circondatala, le guardie la strattonarono facendola cadere per terra (erano le ore 4) e, accortisi che si trattava di una donna, la lasciarono andare proseguendo nel loro giro di perlustrazione. Interpretando quel rumore come “tradimento” da parte dei lupini, si dice che la Vergine abbia sentenziato contro di essi definendoli “legumi che non saziano”. Così non la pensava lo scrittore latino Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) il quale nella sua Naturalis Historia scrive che un sol moggio sazia e rende vigoroso un bue e che fra tutti gli alimenti nessuno è meno pesante e più benefico dei lupini. I venditori ambulanti li chiamano spassatìembe (passatempo) e sono nominati non solo in questa leggenda popolare ma anche nel romanzo I Malavoglia di Giovanni Verga allorquando padron ‘Ntoni tenta un affare acquistando a credito un carico di lupini da trasportare sulla barca “Provvidenza”, poi naufragata.

Nonostante l’evoluzione dei tempi e dei costumi, è bello pensare che ci sono tradizioni, come questa, che non cambiano mai, che passano di generazione in generazione e si ripetono allo stesso modo ogni anno. In una civiltà come quella odierna, ipertecnologica, nell'era della globalizzazione mondiale, il ricordo delle proprie origini e delle tradizioni popolari è di primaria importanza per poter mantenere una propria identità. Non a caso Luigi Pirandello (Enrico IV) diceva: Salutatemi tutte le tradizioni. Ripetete tutte le parole che si sono sempre dette.


* Testo a cura del prof. Cosmo Tridente.
* Foto a cura del dott. Francesco Stanzione.

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