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martedì 18 ottobre 2011

Risorgimento, Addolorata e Croce Rossa

Pubblico questa ricerca dell' amico Luciano Folpini di Gavirate (VA), autore tra l' altro del bellissimo libro sul culto a Maria SS. Addolorata in Italia e nel mondo dal titolo Storia di una lunga fede, sul quale sono anche pubblicate alcune foto della Addolorata di Molfetta, da me scattate, ringraziandolo per avermene reso partecipe.
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Risorgimento, Addolorata e Croce Rossa

Francesco Hayez (1791-1882) pittore veneziano massimo esponente del romanticismo, fu famoso per i suoi ritratti, insegnò pittura per quasi sessant’anni a Brera, nella cui piazzetta c’è oggi un suo monumento, e fu definito da Giuseppe Mazzini come il migliore artista patriottico, poiché con le sue opere cercò di dare messaggi politici, sia usando i colori del tricolore, e sia dando a personaggi storici i volti di esponenti del Risorgimento.

Nel 1842 Carolina Santi Bevilacqua gli commissiona il quadro dell’Addolorata, conservato a Riva del Garda, e lui usa i colori del tricolore italiano uniti a quello francese. Che il fatto non sia casuale è evidenziato sia dalle idee del pittore ma anche della sua cliente, nota donna impegnata per la causa italiana, che come tante altre si sono impegnate sia in mansioni tradizionalmente femminili, sia come infermiere nella cura dei feriti di guerra, sia come combattenti travestite da uomo, e sia nel sostenere l’ideale dell’Unità d’Italia, con i loro salotti.


Questo quadro piuttosto insolito per Hayez, raffigura la Vergine Addolorata con gli angeli e i segni della Passione, ed evidenzia nel gioco dei colori, il tricolore col verde dell’angelo e la veste rossa e il velo bianco della Vergine, mentre il colore blu del suo manto posto sulle ginocchia richiama le simpatie francesi dell’epoca risorgimentale.

Sull’intento politico della tela non vi sono dubbi anche per il fatto che gli venne commissionata nel 1842 dalla contessa bresciana Carolina Santi Bevilacqua, che nel periodo 1848-1849 organizza l’assistenza ai feriti durante la rivolta di Brescia e dirige, su incarico del governo provvisorio, le attività di tutte le signore, che senza mancare alle cure di famiglia, possono adoprarsi a beneficio comune, coinvolgendo donne di ogni ceto non solo per il disimpegno di lavori femminili, che si rendono indispensabili pel vestiario e biancheria delle truppe. Inoltre trasforma il suo palazzo di Brescia in luogo di accoglienza dei feriti, sotto la direzione della figlia Felicita, poco più che ventenne, mentre lei si reca negli ospedali da campo a prestare soccorso e organizzare, a spese proprie, gli approvvigionamenti. Dopo la morte della madre, alla ripresa delle ostilità nel 1859, Felicita, stimolata anche dal marito, il poeta siciliano Giuseppe La Masa, che partecipò alla spedizione dei Mille, fece un appello alle donne italiane, che ebbe eco anche in Francia e Inghilterra e le permise di raccogliere 5000 franchi che consegnò a Garibaldi. Inoltre reperì fondi per la trasformazione del proprio palazzo in ospedale. (Scritture femminili e Storia, Laura Guidi, ClioPress).

Dopo essere stato testimone della carneficina alla battaglia di Solferino, e avere visto l’opera di queste donne bresciane, lo svizzero Henry Dunant decise di impegnarsi per l’assistenza ai feriti con iniziative che poi portarono alla fondazione della Croce Rossa. Nel suo libro "Un ricordo di Solferino", scrisse:

"I villaggi sono deserti e portano le tracce dei colpi di granata … gli abitanti che hanno passato quasi 20 ore nascosti nelle cantine cominciano ad uscirne con un'aria di stupore per il lungo terrore provato". 140.000 franco-piemontesi contro 125.000 austriaci. 5.000 morti, oltre 30.000 fra feriti e dispersi. "La località più vicina in cui curare le persone era Castiglione delle Stiviere. Nell'ospedale e nelle chiese, sopra un giaciglio di paglia e fieno, sono stati depositati, fianco a fianco uomini d'ogni nazione. Sono stati improvvisati 15.000 posti letto. Sotto le volte risuonano giuramenti, bestemmie che nessuna espressione può rendere. Benché ogni casa fosse un'infermeria, sono riuscito a radunare un certo numero di donne per assicurare loro il vitto, per soddisfare la sete, pulire le ferite e i corpi coperti di fango. In ogni borgo situato sulla strada che conduce a Brescia, le contadine sono assise davanti alle loro porte preparando filacci e bende. Al passaggio dei convogli sostituiscono le fasciature, versano cucchiaiate di brodo sulla bocca di quelli che non hanno più forza di sollevare testa e braccia. Chi arriva a Brescia, può sperare di proseguire per Milano in treno, e qui essere meglio assistito. Tutte le famiglie, che dispongono di vetture a cavalli, vanno alla Stazione di Porta Tosa, a prelevare feriti che alloggeranno nei loro palazzi."

Allora gli eserciti avevano al seguito infermieri e chirurghi, chirurghi personali per gli ufficiali di più alto grado, e l’assistenza ai feriti avveniva solo al termine degli scontri. Il numero dei feriti anche lievi era alto e, per la penuria di mezzi soccorso, potevano passare giorni prima di ricevere un soccorso di norma sommario. Poi i chirurghi andavano per le spicce con il bisturi e operavano senza anestesia praticando amputazioni con facilità. Le setticemie per le ferite, se non urgentemente operate, portavano presto alla morte. Di norma venivano raccolti soldati di entrambe le parti e per i medici era riconosciuto un salvacondotto anche se i lazzaretti e gli ospedali per i feriti, erano piccole strutture non in grado di svolgere l'assistenza di pronto inter-vento.

Da questo quadro drammatico e dall’impegno delle donne appare evidente il riferimento alla Vergine Addolorata alla ricerca di un sostegno nella lotta alla libertà della patria e a quella dell’impegno personale.

* Ricerca a cura di Luciano Folpini.

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