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lunedì 8 novembre 2010

Giovanna, nel Vangelo di Luca

A cura del Prof. Cosmo Tridente

Se leggiamo il Vangelo di Luca, al versetto 8, 1-3, troviamo scritto queste parole: “In seguito egli se ne andava per la città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Magdala, dalla quale erano usciti sette demoni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni”. Luca cita ancora Giovanna nel versetto 24, 9-11: “E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo”. Poi Giovanna scompare definitivamente dal Vangelo lucano. Ma chi era Giovanna?
Null’altro è dato sapere di questa pia donna, dopo aver saputo che fosse moglie di Cusa.
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Pertanto, avvalendomi di una ipotetica e quanto mai interessante lettera che la suddetta avrebbe inviato ad una catechista o educatrice ACR della parrocchia S. Lorenzo di Riccione, possiamo immaginare chi fosse questa pia donna, due volte menzionata da Luca.
«So che da voi si saluta con una strana parola, “Ciao”, mentre io sono stata abituata a dire “shaloom”, cioè pace, bene, pienezza dei doni di Dio … ma mi accontento e ti dico “ciao!”. Non so come ti chiami, ma so che sei mia sorella, perché la tua storia assomiglia tanto alla mia e tutte e due abbiamo un maestro comune: Gesù. Mi chiamo Giovanna e di me parla anche il Vangelo di Luca quando scrive che, insieme ad altre donne, facevo parte del gruppo dei discepoli di Gesù. Luca precisa che ero moglie di Cusa, amministratore di Erode. Anche se forse ti annoierò, vorrei raccontarti la mia storia.
Sono nata in un paese della Galilea, non lontano dal lago di Tiberiade, da una famiglia benestante. Anche per la posizione sociale della mia famiglia, sono andata in sposa ad un personaggio importante, di nome Cusa. Era appunto amministratore di Erode tetrarca, uno dei quattro figli del terribile Erode il grande. Erode era re della Galilea, anche se il suo potere dipendeva da Roma ed era limitato. Ma queste sono questioni poco importanti per quello che ti voglio invece raccontare. La mia vita scorreva abbastanza serena ma, nello stesso tempo, molto piatta: ero ricca, bella, in una posizione sociale invidiata da tante mie amiche, ma dentro di me avvertivo il desiderio di qualcosa di grande … Non sapevo neppure io che cosa sperare, ma le cose di cui ero circondata non bastavano a saziare la mia fame di vita, di gioia, di pienezza. Purtroppo non ho avuto figli e mio marito Cusa era troppo indaffarato per dedicarmi tempo e attenzioni. Certo, mi voleva bene, ma era tutto preso dai suoi mille impegni alla corte di Erode. Un giorno feci un incontro che cambiò la mia vita: Gesù di Nazaret.
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Ero stata invitata con Cusa e con altri notabili ad un pranzo in casa di Simone, un ricco fariseo, perché quel giorno doveva venire un giovane di Nazaret la cui fama di maestro e taumaturgo si era sparsa in tutta la Galilea, appunto Gesù. Dapprima non mi fece alcuna impressione: era un uomo normale, una buona forchetta, direste voi, che amava stare in compagnia e rallegrava la tavolata con storie buffe e anche barzellette. Si vedeva che era felice della vita, anche se di tanto in tanto sembrava che il suo pensiero andasse altrove e si estraniava da tutto e da tutti. Mentre eravamo ormai alla fine del pranzo entrò improvvisamente una donna di cui, per rispetto, non dico il nome ma solo il mestiere e la condizione: era una prostituta ed era per questo disprezzata da tutti, anche da quelli che la sfruttavano. Quasi strisciando addossata al muro venne dietro Gesù, si buttò ai suoi piedi e si mise a singhiozzare, bagnando con le lacrime i suoi piedi. Poi si mise ad asciugarli coi suoi lunghi, bellissimi capelli e a cospargervi sopra del profumo prezioso. Debbo dirti in tutta franchezza che ho ammirato quella donna per il suo coraggio: era andata nella tana del leone, perché il padrone di casa, Simone, era famoso per la sua rettitudine morale e per essere uomo esigente. Egli effettivamente restò turbato e scandalizzato per l’affronto fatto dalla donna e, soprattutto, perché Gesù la lasciava fare. Era chiaro a tutti ciò che Simone pensava: “Come può costui essere un profeta mandato da Dio se si lascia avvicinare da una peccatrice della peggiore specie?” Ma Gesù lasciava fare, anzi alla fine disse a Simone che lo aveva invitato: “Questa donna mi vuole più bene di te. Ella ha amato molto, per questo le sono perdonati i suoi molti peccati.” Poi disse alla donna: “La tua fede ti ha salvata. Va’ in pace!”. Non potrò mai dimenticare quella scena: Simone quasi digrignava i denti per la vergogna e la rabbia, mentre la donna se ne andò con un sorriso bellissimo. Era in effetti molto bella, ma prima la sua bellezza era come deturpata dal vizio; ora invece risplendeva e la sua pace ritrovata sembrava contagiare tutti. (cfr. Lc 7,36-50)
Così ho deciso di mettermi al seguito di quello strano maestro che era capace di cambiare con un gesto la vita delle persone e di donare tanta felicità. Parlai con Cusa che, tutto preso dai suoi giri, non mi fece molte difficoltà e partii. C’erano anche altre donne insieme a Gesù e ai suoi amici più stretti: Susanna, Maria di Magdala ed altre. Davvero povere donne, riportate alla vita piena dall’incontro con Gesù. Era una vita difficile, la nostra, senza una meta fissa. Noi cercavamo di alleviare le fatiche di quel gruppo di uomini e mettevamo a loro disposizione anche le nostre sostanza economiche che erano cospicue.
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Un altro episodio mi colpì e segnò per sempre la mia vita, facendomi scoprire doti che non pensavo di avere. Un giorno eravamo seduti nella piazzetta polverosa di Cafarnao, stanchi per il viaggio piuttosto lungo. Era un pomeriggio assolato e ci si era appisolati all’ombra di un sicomoro. D’improvviso sbucarono da una viuzza cinque o sei bambinetti urlando e cantando e si misero attorno a Gesù. Pietro e gli altri, svegliati dal chiasso, sgridavano i bambini e cercavano di cacciarli. Invece Gesù rimproverò i suoi e prese tra le braccia il bambino più piccolo, che poteva avere al massimo sei anni: “Lasciate che i bambini vengano a me – disse – perché il Regno di Dio appartiene a chi è come loro”. Poi mi chiamò e mi chiese di curarmi d’allora in avanti dei bambini. Io che non avevo mai avuto la gioia di portare in braccio un figlio mio ero chiamata ad occuparmi dei figli degli altri. E così, ancora giovane e piena di gioia (perché la presenza di Gesù davvero donava pace), mi misi a far giocare i bambini che incontravamo e che ci facevano ressa intorno. Quel pomeriggio assolato a Cafarnao è stata un’altra pietra miliare nella mia vita: là Gesù mi aveva fatto scoprire le mie attitudini. Quasi ero contenta di non avere avuto figli miei perché così mi potevo dedicare con amore a tanti bambini. Pian piano coinvolsi anche Susanna in questa avventura e così facevamo giocare i bambini, spiegavamo loro quello che Gesù insegnava, li facevamo pregare … Insomma eravamo diventate quello che voi chiamereste col nome “educatori”. Ma il nostro scopo non era quello di attirare i bambini a noi, ma di farli incontrare con Gesù, perché solo Lui poteva davvero donare loro la gioia.
Poi sai quello che è successo: hanno preso Gesù, lo hanno torturato e l’hanno crocifisso. Io e Susanna eravamo vicine alla croce, insieme a Maria, la madre di Gesù, poche altre donne e Giovanni. Tutti erano fuggiti per il terrore, anche Pietro. Si dice che noi donne siamo più forti degli uomini: credo proprio che il Calvario l’abbia dimostrato. Mai dimenticherò gli spasimi di Gesù morente di quella morte crudele, mai dimenticherò il volto di Maria, attonita, pallida, straziata dal dolore, quasi in trance. Le altre donne urlavano e piangevano, lei invece era muta e ferma sotto la croce di suo figlio. Sembrava che il mondo fosse finito per noi al momento della sua morte, che tutto ci crollasse addosso, che non valesse più la pena vivere: se l’autore della vita era morto, aveva più senso vivere? Si poteva vegetare, non certo vivere. Ma poi, due giorni dopo, il sole tornò a risplendere sulle nostre esistenze svuotate e annichilite. L’abbiamo visto vivo, risorto, con ancora i segni della passione, ma trionfante, di una bellezza e di una maestà indicibili. Tremo ancora al pensiero di quando l’ho incontrato nel giardino e mi ha detto: “Giovanna, amica mia, ora tocca a voi. Tocca a Pietro e agli altri annunciare la bella notizia, ma tocca anche a te, a Susanna, alle altre sorelle. Vi affido i bambini. Fate loro capire che la vita è bella perché ogni forma di morte è stata sconfitta. Voi lo avete sperimentato. Non avere paura, Giovanna, io sarò con te, con tutti voi fino alla fine del mondo, quando tornerò e vi prenderò con me!”.
E questa è stata la mia missione, per lunghi anni della mia vita. Ho incontrato centinaia di bambini e li ho aiutati a crescere, insegnando loro a cogliere tutto ciò che nella vita è bello ed è vero. Non è stato un compito facile, perché la vita riserva sempre delle prove, ma mi sono sempre ricordata delle ultime parole di Gesù: “Coraggio, io sono con te!”. Ora che non sono più vivente sulla terra mi volgo indietro e mi rendo conto di avere imparato tante cose da questa mia missione in mezzo ai bambini, cose che Gesù stesso ci aveva fatto intuire. Ho capito anzitutto che i bambini sono dei capolavori di Dio. Non dobbiamo essere noi a plasmare i bambini, ma a saper vedere e tirare fuori ciò che Dio ha già seminato in loro. Davvero i bambini stupiscono con la loro ricchezza interiore. Per questo ho anche capito che loro sono protagonisti e che noi educatori (scusa se uso questo termine) dobbiamo metterci al loro servizio in modo che sappiano esserlo a misura della loro età. Nella mia lunga esperienza coi bambini ho anche sperimentato che non ero mai sola, ma sempre all’interno di una comunità che in qualche modo rappresentavo. Quando stavo coi bambini, era come se con me ci fossero Pietro, Giovanni, Maria e tutti gli altri. Inoltre l’amicizia con Susanna e con altri che dopo di lei hanno portato avanti questo compito mi ha molto aiutata. Era bellissimo alla sera, attorno al fuoco acceso, scambiarci le nostre impressioni e le nostre esperienze e uno aiutava l’altro. Solo così ho potuto superare tanti pregiudizi e difficoltà. Un’altra cosa ho capito, fondamentale: non sempre si vedono i frutti di quello che si è seminato. Scrive un altro grande amico di Gesù, Paolo: “Uno semina e un altro raccoglie”. Non è facile accettare questo, ma alla fine dà una grande libertà. Non sono mai stata attaccata ai risultati, ma mi sono sempre preoccupata di fare del bene a questi bambini attraverso la parola e la testimonianza. Siamo chiamati a lavorare gratuitamente, liberi addirittura dall’attesa dei risultati. Solo così saremo collaboratori di Gesù, che ha detto: “Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato comandato, dite: siamo poveri servi!”. Infine ho sperimentato sulla mia pelle quanto sia vera la frase di Gesù: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere”. Quello che anche tu certamente avrai vissuto quando hai fatto del bene a persone che ami, io l’ho sperimentato facendo del bene ai bambini. Ogni volta che, presa dalla stanchezza, mi tiravo indietro ero triste e avvilita; ogni volta che, magari stringendo i denti, mi buttavo con entusiasmo mi ritrovavo piena di gioia e di voglia di vivere.
Cara amica del XXI secolo, così lontana nel tempo e nello spazio e pur così vicina, la mia vita è stata davvero un dono di Dio anzitutto per me. E’ stata spesso un’avventura, talvolta dura, ma – lasciamelo dire – una bella avventura, che rifarei senza esitazioni. Ora che sono vicina all’Amore, sono circondata da tutti i bambini che ho aiutato nella mia lunga esperienza. Sono diventati adulti, anziani anche loro, ma hanno sempre la freschezza dei bambini ed un sorriso particolare: lo stesso sorriso di Gesù. E questa è la più grande ricompensa che potessi mai desiderare».
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* Testo a cura del prof. Cosmo Tridente.
* Foto tratte dal web.

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