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sabato 13 marzo 2010

Il buon ladrone

A cura del prof. Cosmo Tridente.

Chiedersi chi fosse il buon ladrone sembrerebbe una banalità perché tutti sappiamo che è il crocifisso che, dopo aver riconosciuto la propria colpa, ha chiesto a Gesù di essere introdotto nel suo regno e si è sentito rispondere: “Oggi sarai con me in Paradiso”.
Ma il significato di questo personaggio è ben più profondo, in quanto simboleggia una storia di perdono. Andiamo con ordine.
Sul Calvario sono state impiantate tre croci: una per Gesù e le altre due per i “ladroni”, cioè per due malfattori che per i loro delitti sono stati condannati a morte e messi in croce con Gesù, uno alla sua destra, l’altro alla sua sinistra, come precisano Matteo, Marco e Luca. Quest’ultimo ci dà poi la narrazione più diffusa di quei momenti (Luca 23,39-43). Uno dei due condannati, dalla croce, si mette a insultare Gesù, deridendolo: «Non sei il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». Ed ecco il rimprovero dell’altro condannato per quelle ingiurie: «Neanche tu hai timore di Dio, benché condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».

A questo punto l’uomo ha già meritato la qualifica di “buon ladrone”: una vita violenta si chiude davanti a Gesù con un atto di pentimento, una richiesta di perdono e una promessa di salvezza. E’ difficile capire cosa lo ha spinto a questo: forse aveva sentito parlare di questo Maestro ed era sicuro della sua innocenza. In genere l’attenzione per l’uomo si ferma qui. Ma lui parla ancora, rivolgendosi direttamente a Gesù: «Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». E questo è il suo totale atto di fede in Gesù, agonizzante sulla croce, tra ingiurie e disprezzi. Ma lui gli parla come un sovrano in trono. Lo riconosce Signore di un regno nel quale lo supplica di essere accolto, senza una parola di rimpianto per la sua vita terrena che sta finendo. Ha quella fede che Gesù si sforzava di installare nei suoi discepoli, e che ora premia nel ladrone con la breve risposta: «Oggi sarai con me in Paradiso».
Non conosciamo il suo nome con certezza. Lo si chiama Disma negli Atti di Pilato, che sono un testo non canonico, ossia non accolto dalla Chiesa per le Scritture sacre. Nell’antichità cristiana si sono diffuse leggende sul buon ladrone. Secondo una di esse egli avrebbe compiuto un gesto di bontà nei confronti della santa famiglia, in fuga dall’Egitto: faceva parte, il nostro Disma, di una banda di briganti ma, incontrando quei poveri esuli ebrei, non solo non fece loro alcun male, ma li protesse e li aiutò, e ricevette in cambio da Maria la promessa di una ricompensa futura, puntualmente attuata per lui da Gesù in croce.
Ma c’è un altro uomo armato che esce con onore nel dramma della Passione: il centurione che eseguì l’esecuzione capitale. I Vangeli sinottici, a cominciare da Marco, ci riferiscono la sua dichiarazione subito dopo la morte di Gesù, vedendolo morire in quel modo: «Quest’uomo era veramente figlio di Dio». Ha dell’incredibile questa espressione: in tutto il corso del Vangelo di Marco nessuno né discepoli, né la gente, né i guariti da Gesù sono arrivati ad una professione de fede così alta. Un centurione, un soldato, un pagano arriva a dire che Gesù è figlio di Dio, e non davanti ad un suo atto prodigioso ma davanti alla sua morte sul supplizio della croce. La tradizione cristiana ha voluto dare anche a lui un nome, Longino, in seguito battezzato dagli apostoli e morto come martire in Asia Minore.

* Testo a cura del prof. Cosmo Tridente.

* Nella foto: "Il buon ladrone" di Tiziano Vecellio.

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