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sabato 30 gennaio 2010

U tèmmùrre e la processione della Croce

A cura del prof. Cosmo Tridente.
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Prima della seconda guerra mondiale, secondo quanto ci riferisce Giovanni Minervini (“Il mio paese la mia gente”, Edizioni “Edirespa” 1989), la bassa musica di Molfetta era formata da quattro persone: un padre e tre figli. Il primo, che era il capo banda, suonava il flauto “u frescechétte” e faceva da solista; gli altri suonavano “la gréngàsce” (grancassa), “u témmùrre” (tamburo) e “le zennénné” (piatti).
Suonavano in determinate circostanze: per le feste patronali, per le feste natalizie, per le feste di quartiere. Eseguivano sempre delle marcette e giravano per le vie della città portando allegria e aria di festa tra la gente. Quasi sempre il quartetto era preceduto da ragazzini che, per la gioia, facevano capriole (zeccamétùgne).
Questo complesso subiva una variante musicale e strumentale quando doveva esibirsi nella processione della Croce, del venerdì di passione e della settimana santa, nel senso che ai “piatti”, si sostituiva la tromba e il motivo da eseguire era sempre lo stesso.

La prima uscita del quartetto era prevista, come avviene tutt’oggi, nella tradizionale processione della Croce, a mezzanotte dell’ultimo giorno di carnevale. La Croce dell’Arciconfraternita della Morte è una grande croce latina di legno nero. Al punto d’incrocio del braccio verticale con quello orizzontale, reca un tondo con il volto di Cristo, ancora vivente, con gli occhi aperti. Ciò secondo l’uso preferenziale dell’arte sacra occidentale, mentre l’arte orientale, pur non ignorando quel tipo iconografico, preferisce rappresentare il volto di Cristo sulla croce già spirato, con gli occhi chiusi.
La melodia eseguita dal quartetto è originale e mesta nello stesso istante. Al rullo ritmato del tamburo si mescolano i colpi della grancassa, cui si unisce il suono sottile del flauto, componendo un motivo di tipo orientale, di autore ignoto, venato di struggente malinconia, finchè alla fine interviene la tromba con gli alti e bassi del “ti-tè”.
Volendo fare una recensione tecnico-musicale del motivo, possiamo dire che nella parte del rullo (senza chiave musicale) c’è il ritmo segnato; in quella della tromba, in Do maggiore, c’è il motivo con note precise e sicure: Mi, Do, Sol, Sol. Attraverso il flauto (in chiave di Si bemolle) viene espressa una melodia fatta di terzine basate su semitoni, con semicroma e semibiscroma a coda finale per la tromba.
Prima del “Novus Ordo”, approvato il 16 novembre 1955 dalla Sacra Congregazione dei Riti, quando l’uscita delle processioni della settimana santa avvenivano di notte, un’ora prima dell’uscita, “u témmùrre” girava per le principali vie cittadine, deserte e silenziose, allo scopo di svegliare i confratelli che dovevano partecipare alle sfilate.
I quattro musicanti, come li descrive il prof. Mauro Altomare (“Almanacco illustrato di Molfetta per il 1928”,Tipografia De Bari, 1927), vanno a passi lenti suonando con ritmo cadenzato e monotono; di tanto in tanto sostano con pazienza, cessando di suonare. Ma uno scrollo del capo del dirigente segna l’inizio della ripresa musicale, e i compagni danno mano agli strumenti, con aria muta e paziente.
L’abate Vito Fornari, verso il 1885-86 a Napoli in un incontro con l’avv. Francesco Peruzzi (figlio del compositore Giuseppe Peruzzi) domandò a questi: «A Molfetta c’è ancora l’usanza di suonare il “ti-tè” con la flautata e tamburo?». Alla risposta affermativa del Peruzzi l’abate espresse il desiderio di riascoltare il motivo e poiché in casa Fornari c’era un armonium, il Peruzzi eseguì seduta stante il motivo. L’abate lo ringraziò dicendogli: «Ciccillo, mi hai dato una grande consolazione, mi hai fatto rivivere tempi cari della nostra Molfetta».
Quando ha avuto inizio la processione della Croce? In nessun carteggio risulta l’anno esatto, o quanto meno il decennio, in cui è sorta la consuetudine, da parte dell’Arciconfraternita della Morte, di portare la propria Croce per le strade cittadine, in un corteo processionale, allo scoccare della mezzanotte del martedì grasso, per dare un inizio formale al periodo quaresimale: avvertimento e richiamo, per il popolo dei fedeli, alla transitorietà della vita, alla ineluttabilità della morte e, quindi, invito alla penitenza.. La congettura più probabile è che la processione abbia avuto inizio subito dopo il 1860 cioè dopo la costituzione del Regno d’Italia, perché anche a Molfetta si instaurò un clima di liberalizzazione e, in un certo senso, di laicizzazione, rispetto alla precedente situazione.
Fino agli anni cinquanta del secolo scorso la processione della Croce, più che l’inizio della quaresima, segnava la fine del carnevale. A quell’epoca, a Molfetta, il carnevale era una data lungamente attesa nell’anno. Aveva un significato esplosivo; era l’occasione per sovvertire burlescamente l’ordine costituito: ci si mascherava con poco, ci si ritrovava nelle strade, fra uno stridìo di trombette, il lancio di polveri colorate, di confetti di farina. Si ballava nelle piazze, si improvvisavano scenette come quella del corteo nuziale, in cui la “sposa” (uomo travestito) aveva sul capo un velo bianco e tra le mani, invece del bouquet un mazzo di verdura, spesso di ravanelli. Capitava che la “sposa” recasse già in braccio un neonato, oppure che sul più bello arrivasse la “moglie legittima”, un omone in avanzato stato di gravidanza, circondato da una torma di figliuoli, a sorprendere il fedifrago e a ridurre a mal partito la rivale a colpi di ombrello.; si organizzavano balli nelle case e nei luoghi pubblici. Negli ultimi giorni di carnevale, e specialmente nell’ultimo (martedì grasso) tutta la città sembrava preda di una follia generale. Una volta l’anno, per uomini e donne, giovani e vecchi “era lecito insanire”.

A mezzanotte le campane delle chiese annunciavano con i loro rintocchi mesti e lugubri l’inizio della quaresima, richiamando gli uomini alla realtà della loro condizione terrestre, ricordando l’illusoria vanità delle gioie, la brevità dell’esistenza, l’appuntamento inevitabile con la morte. La processione si aggirava per le strade seminate di coriandoli, mettendo in fuga le ultime maschere solitarie, sparute falene nel grembo luttuoso della notte. Laddove transitava la Croce, le finestre ancora illuminate si spegnevano, nelle case le musiche si fermavano, cessavano i balli e non erano pochi coloro che, abbandonati gli abiti carnascialeschi, seguivano il corteo processionale. La Croce passava come un angelo sterminatore delle baldorie sfrenate, come un fuoco purificatore dell’inverecondia, dell’immoderatezza cui si era lasciati andare in quei giorni. Dove essa non giungeva, arriva l’eco del suono della tromba: universale, apocalittico, come il risveglio dei morti alla fine del mondo.
Ora, nel nuovo stile inaugurato dalla Chiesa cattolica, in conformità ai dettami del Concilio Vaticano II, la processione della Croce ha perduto quel tono scorante, comminatore di pene, per assumere il carattere penitenziale, fiducioso e consolatorio di tutti i credenti.
A questo punto sembra opportuno concludere con un pensiero di don Tonino Bello, sul quale dovremmo tutti riflettere: «Non c’è nessuno di noi che non parli con eloquenza del “legno santo”, o che in Quaresima non canti con tutta l’anima il “Vexilla regis”, o che nel venerdì santo non intoni l’inno alla “Crux fidelis”. La croce rimane sempre al centro delle nostre prospettive. Ma noi vi giriamo al largo. Troppo al largo. Prendiamo una extramurale lontanissima dal colle dove essa s’innalza. E’ come quando, in viaggio, si sfiora una città passando dalla tangenziale. Mentre l’automobile corre sulla strada, si dà ogni tanto un’occhiata ai campanili che si ergono e alle torri che svettano. Ma poi tutto finisce lì. Purtroppo la nostra vita cristiana non incrocia il Calvario. Non s’inerpica sui tornanti del Golgota. Passa di striscio dalle pendici del luogo del cranio. La croce l’abbiamo attaccata con riverenza alle pareti di casa nostra, ma non ce la siamo piantata nel cuore: Pende dal nostro collo, ma non pende sulle nostre scelte: Le rivolgiamo inchini e incensazioni in chiesa, ma ci manteniamo agli antipodi della sua logica. Dobbiamo ammetterlo con amarezza. Abbiamo scelto la circonvallazione e non la mulattiera del Calvario. Abbiamo bisogno di riconciliarci con la croce e di ritrovare, sulla carta stradale della nostra esistenza paganeggiante, lo svincolo giusto che porta ai piedi del condannato!».

* Testo a cura del prof. Cosmo Tridente.
* Foto realizzate dal dott. Franco Stanzione nel 1975.

venerdì 22 gennaio 2010

L’ Addolorata

A cura del prof. Cosmo Tridente.

L’ Addolorata (o Maria Addolorata o Madonna Addolorata o Maria dei sette dolori), in latino Mater Dolorosa, è un titolo con cui viene molte volte chiamata e invocata dai cristiani Maria, la madre di Gesù. L’ unico evangelista ad annotare la presenza della Vergine sul Golgota è Giovanni. Infatti leggiamo nel suo testo (19,25): «Presso la Croce di Gesù stavano sua Madre e la sorella di sua Madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala». Gli altri evangelisti (Matteo, Marco, Luca) non annotano questa presenza, anche se citano il nome delle pie donne che erano al seguito di Gesù e assistettero sul Calvario alla sua morte. Episodio quindi autentico, testimoniato dal Vangelo, quello dell’ Addolorata. Non così invece quello della Pietà. Nessuno dei quattro evangelisti descrive la scena del cadavere di Gesù schiodato dalla Croce e deposto sulle ginocchia della Madre. Questo episodio appartiene alla tradizione, non al riferimento testuale del Nuovo Testamento.
Per la Vergine Addolorata non si celebra la novena, come per le altre Madonne venerate nel corso dell’anno, ma il “settenario”, chiamato così perché contempla i sette dolori della Madre di Dio. Vediamoli:

1° Dolore: Simeone predice a Maria la passione e morte di suo Figlio;
2° Dolore: L’ angelo annunzia a Maria la crudele esecuzione operata da Erode;
3° Dolore: Maria smarrisce nel tempio il suo amatissimo Figlio e lo ritrova dopo tre giorni;
4° Dolore: Maria ha notizia di suo Figlio nell’ orto del Getsemani e dei barbari trattamenti praticatigli;
5° Dolore: Maria incontra suo Figlio sanguinante sulla strada del Calvario;
6° Dolore: Maria assiste alla crocifissione di suo Figlio;
7° Dolore: Maria vede morire e seppellire il suo amatissimo Figlio.

La commemorazione dell’ Addolorata ricorre il venerdì che precede la domenica delle palme sotto il titolo: “I sette dolori di Maria”. Infatti, per lasciare la figura di Gesù protagonista del venerdì santo, nel calendario liturgico la celebrazione dei patimenti è stata anticipata di una settimana. Oltre che il venerdì di passione, l’ Addolorata fu venerata con un’altra festa fuori dal ciclo quaresimale, la terza domenica di settembre. Essa fu istituita da Pio VII nel 1814 per reazione alle campagne napoleoniche contro la Chiesa. Pio X nel 1914 stabilì definitivamente la ricorrenza liturgica dell’ Addolorata il 15 settembre.
Nella cronistoria dell’ Arciconfraternita della Morte quante sono state le statue dell’Addolorata da essa venerate? Come ha scritto Orazio Panunzio, nessuno potrebbe affermarlo con certezza, giacchè non esistono a tale riguardo notizie documentali. Probabilmente non meno di quattro. Le conoscenze della prima sprofondano nell’ ignoto. Di quella che forse è stata la seconda versione un riscontro è possibile.
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Si tratta della statua che si trova attualmente in una nicchia della cappella cimiteriale dell’ Arciconfraternita. Come le altre che l’hanno seguita, anche questa immagine dell’Addolorata è ritratta in abito e manto luttuosi, presso la croce ornata di sindone, che essa abbraccia con la mano destra, mentre con la sinistra regge un fazzoletto per tergersi le lacrime. Il viso, rigato dal pianto, è rivolto al cielo in segno di supplica; il petto è trafitto dallo spadino, simbolo della funesta profezia di Simeone. Questa statua, per gran parte dell’Ottocento, fu la protagonista del venerdì di passione.
Nel 1905-1906 fu sostituita con un’altra immagine, anch’essa scolpita in legno, e recata in processione fino al 1957.
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L’ attuale statua dell’Addolorata fu plasmata dal Cozzoli nel 1957 e fu portata in processione il venerdì di passione del 1958 ma lo scultore non potette vederla perché morì il 15 febbraio del 1957. La statua fu donata all’Arciconfraternita dalla Sig .ra Antonietta Magarelli, residente ad Hoboken, come leggiamo in una sua lettera inviata al priore pro tempore, prof. Pasquale Regina, datata 3 giugno 1957: «La sottoscritta Antonietta Magarelli a perenne ricordo e devozione per spirituale debito di riconoscenza si permette offrire a codesta Venerabile Arciconfraternita una nuova Immagine, in cartapesta lavorata dal defunto scultore Prof. Giulio Cozzoli raffigurante Maria Santissima Addolorata unitamente al velo. A tale scopo prega V. S. Ill. ma, i Componenti l’ Amministrazione e tutti i Confratelli dell’ Arciconfraternita affinché la predetta Immagine venga a sostituire la vecchia e sia esposta nella Chiesa del Purgatorio durante le Funzioni delle Domeniche di Quaresima, del Sacro Settenario ed infine portata in Processione nel Venerdì di Passione per le vie di Molfetta …»

La sig. ra Antonetta Magarelli

La precedente statua fu “prestata” alla parrocchia Sacro Cuore di Gesù, su proposta del priore in carica, Giuseppe Tridente (mio zio), come risulta dal verbale di assemblea dell’ Arciconfraternita del 1 luglio 1962: «Il priore chiede ai presenti l’autorizzazione a prestare la Madonna Addolorata che si trova nella vecchia Chiesa della Morte, alla Chiesa del Cuore di Gesù, dove sarà venerata. Il Padre spirituale (Don Michele Carabellese) è di accordo e ne farà parola al Vescovo. Il socio Regina Francesco dice: poiché la proposta viene dal presidente, il quale mostra un suo desiderio, merita accoglimento. L’ assemblea accoglie con piacere ed approva, però desidera che il Parroco di quella Chiesa, qualunque esso potrà essere, dovrà riconoscere a titolo di prestito, ma il diritto di proprietà è sempre della Chiesa del Purgatorio, in modo che in qualsiasi momento la Confraternita della Morte potesse aver bisogno sarà padrona di ritirarsela».

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Con questa opera si concluse un periodo storico per l’Arciconfraternita della Morte: il cinquantennio dal 1907 al 1956. In questo arco di tempo lo scultore, con apprezzabile perizia, plasmò in cartapesta le statue sostituendo via via le precedenti che erano in legno. L’ unica delle statue originarie rimaste è la preziosa immagine della Madonna della Pietà, pur se leggermente ritoccata nel volto.
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* Testo a cura del prof. Cosmo Tridente.
* Le foto provengono dall' archivio privato del dott. Franco Stanzione.

giovedì 21 gennaio 2010

Una gradita e-mail di consenso verso il mio operato

Non è certamente questa la sede per riferire degli squallidi rigurgiti di "nullismo" che stanno emergendo negli ultimi tempi nei confronti del mio operato, ma nemmeno a farlo apposta, questa sera mi è giunta una e-mail di un lettore di questo sito che capita veramente, come si suol dire, "a fagiolo" in un momento come l' attuale.
L' estensore della e-mail che mi è gradito proporre ai lettori, e del quale ho riportato solo le iniziali per motivi di privacy, esprime esattamente quali sono il mio pensiero ed il mio modo di concepire il ruolo che ho fin qui svolto.
Dal canto mio lo ringrazio delle belle parole che, devo dire, sono risuonate come un incoraggiamento a non scoraggiarmi di fronte all' avanzata del "nulla" che vorrebbe riconquistare il terreno perso negli ultimi anni.
Che lo si voglia o no, anche la Settimana Santa, nel 2010, è roba da gestire avendo alle spalle un bagaglio non indifferente di sensibilità e cultura: il tempo dell' ignoranza e del pressapochismo è finito, se si vuole sopravvivere al futuro ... in tutti i campi della vita, politica, lavorativa e culturale.
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In questa foto il momento in cui ho preso a spalla, nel 1980, per la
prima volta la statua di Cristo Morto, provando esattamente le stesse
sensazioni descritte nella e-mail sottostante, inviatami dall' avv. C. S.
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Egregio dott. Franco Stanzione,
sono un "giovane" avvocato di Trani da sempre cultore e appassionato di tradizioni locali e processioni. Le scrivo questa mia mail perchè, dopo aver visitato casualmente il suo Blog, ho avvertito la necessità di ringraziarLa per l' enorme contributo che Lei fornisce alla salvaguardia e diffusione delle nostre tradizioni locali. Il Suo bellissimo e interessantissimo Blog non soltanto istruisce, diffondendo la cultura delle tradizioni molfettesi (che personalmente già conoscevo) e non, ma è in grado (cosa estremamente rara) di rendere il senso materico delle emozioni che riesce a trasmettere. Crea una sorta di immedesimazione in ciò che descrive e documenta con il lungo excursus fotografico. Le confesso, in tutta sincerità, che la fotografia che più mi ha emozionato è la presa dai banchi del Cristo Morto nel 1980. Per chi deve portare un' Immagine sacra in processione, i momenti che precedono l' uscita, quando si è accanto all' Immagine mentre tutta la confraternita mestamente guadagna l' uscita, fino al momento in cui si solleva il dolce peso dai banchi e si varca la soglia della Chiesa, sono momenti unici e irripetibili che difficilemente si riescono a spiegare. Per non parlare delle notti insonni che precedono la processione, quando si sa di dover portare a spalla una sacra immagine. Un altro Suo grandissimo merito, adesso in qualità di Priore del Venerabile Arcisodalizio della Morte, è quello di ergersi a baluardo e difensore strenuo delle tradizioni che ci hanno tramandato i nostri Avi. Le tradizioni, costituite da tutto quell' apparato rituale unico, fuori dal tempo, sempre uguale a se stesso nei secoli eppure sempre così attuale ed emozionante, è inconciliabile con le ventate di modernità, con il cambiamento per il cambiamento, con l' ignoranza di chi vuole ricoprire cariche ma non conosce e comprende le tradizioni, perchè non le porta addosso come una seconda pelle. Questi sono i danni più perniciosi per le confraternite e le loro ataviche consuetudini. Tutto non deve cambiare, affinchè tutto cambi. Chi ha l' onore e l' onere di ricoprire cariche ai vertici di una confraternita ha, a mio avviso, il dovere morale di custodire e tramandare ciò che ci è stato tramandato da tutti coloro i quali sono vissuti prima di noi. Se noi oggi siamo ciò che siamo lo dobbiamo a loro e il nostro senso di devota deferenza e gratitudine deve essere rivolto soltanto e sempre a loro. Nessuno, e sottolineo nessuno, può arbitrariamente cancellare o modificare secoli di tradizioni per arbitrarie e irragionevoli prese di posizione, violentando e svilendo, in tal modo, il testimone storico-tradizionale che noi siamo chiamati soltanto a consegnare nelle mani delle generazioni future. E, Le ripeto, egregio Priore, che questo è un altro dei suoi grandissimi meriti. Per concludere questa mia lunga e forse un po' noiosa lettera telematica, voglio dirLe che, come Lei, sono orgoglioso di essere un amante e cultore delle nostre tradizioni, dei nostri bellissimi Riti della Settimana Santa, delle nostre eleganti e "spagnoleggianti" processioni. Scandiscono la nostra vita sin dall'infanzia, sono il dolce orologio della nostra esistenza terrena, hanno ancora il potere di farci chiudere lo stomaco e rendere quasi spasmodica l'attesa di una data e di un evento annuale. Ma soprattutto ci contraddistinguono, rendendo unica una comunità, le sue radici e la sua fede popolare.
Con profonda stima,
C. S.
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* Testo e foto a cura del dott. Franco Stanzione.

lunedì 18 gennaio 2010

Assegnazione delle cariche nella Categoria Muratori della Real Maestranza di Caltanissetta

Domenica 17 gennaio si e' riunita l' assemblea della Categoria Unione Muratori Presieduta dal Presidente RAOUL MAIORANA, coadiuvato dal Vice-Presidente Giuseppe Truscelli e dal Segretario-Tesoriere Gianluca Taibi; erano presenti il Presidente Onorario Gianni Taibi e i Capitani della Real Maestranza Pasquale Maiorana e Sebastiano Garzia per un totale di 48 presenti. Nel corso della riunione e' stata completata la composizione del Consiglio Direttivo con l' elezione all'unanimità di D' Alberti Filippo, Di Natale Michele, Guittardi Biagio, Martorana Carmelo, Mulè Salvatore e Zuppardo Calogero. Invece fanno parte del Comitato Festeggiamenti Settimana Santa: De Simone Michele, Dell'Aira Michele, Fiore Salvatore, Campisi Calogero, Pesce Angelo, Sollami Salvatore, Scandurra Giuseppe, Fiore Antonio. Revisori dei conti: Simone Michele, Infantolino Armando e Sollami Giovanni. Responsabili del Gruppo Sacro "LA TRASLAZIONE": Truscelli Giuseppe, Di Martino Ettore, Nalbone Pietro, Di Natale Michele e D'Alberti Filippo. Sono stati eletti Responsabili di Corteo: Guittardi Biagio, Campisi Calogero e Mulè Salvatore. L'assemblea inoltre ha eletto Alabardiere Sanalitro Massimiliano di anni 31 e Portabandiera Dell' Aira Michele di anni 39 per la Real Maestranza anno 2010.
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Su invito di Gianni Taibi e del Presidente Raoul Maiorana, si sono dichiarati disponibili ad eseguire grauitamente le opere murarie necessarie per la collocazione a regola d' arte della cancellata della Cattedrale i maestri muratori: Di Natale Michele, Guittardi Biagio, Truscelli Giuseppe, Fiore Antonio e Mulè Salvatore.
Nel corso della riunione è intervenuta, su invito di Gianni Taibi, l' Architetto Eleonora Morgana che si è dichiarata disponibile a progettare gratuitamente la trasformazione della sede sociale dei Muratori in mostra permanente della Categoria intitolata a Giuseppe Ortoleva. Nella mostra troverrano posto anche le foto di tutti i Capitani della Real Maestranza che si sono succeduti dal 1898 ai nostri giorni.
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* Comunicato stampa della Real Maestranza di Caltanissetta.
* Foto di Walter Lo Cascio.

sabato 16 gennaio 2010

Maria di Cleofa e la "gaffe" scultorea di Giulio Cozzoli

A cura del prof. Cosmo Tridente.
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Maria di Cleofa è la terza statua ad uscire dalla chiesa del Purgatorio nella processione del sabato santo.
I portatori appartengono alla Confraternita della Purificazione che indossano: camice, cappuccio e cingolo con fiocco bianchi, mozzetta gialla, al collo laccio nero con piastra di metallo riproducente la Madonna della Purificazione (popolarmente chiamata “la Médonne de le perùdde”).
Intanto va fatta una precisazione linguistica: “Cleofa” è la traduzione italiana del nome greco “Kleopàs” che corrisponde all’ebraico “Alfeo” (Halphai). Maria di Cleofa vuol dire dunque Maria moglie di Cleofa o Alfeo. Pertanto non è corretto attribuire a questa pia donna un secondo nome: “Maria Cleofe”, come la si suole chiamare erroneamente. La colpa, diciamo così, va data alla versione latina del Vangelo, dove si legge “Maria Cleophae” (Cleophae è il genitivo di Cleopha, intendendo per l’appunto moglie di Cleofa).
Inoltre, sulla famiglia di questa pia donna spesso non si hanno idee chiare ragion per cui cerchiano, con l’ausilio di fonti attendibili, di sgombrare il campo da possibili equivoci. I Vangeli ci dicono che Maria è moglie di Cleofa (Giov. 19-25; Luca 24-18) ed è madre di Giacomo il minore e di Joses (Marco 15-40; Matteo 27-56). Fin qui non ci piove. Ma la genealogia diventa poco chiara quando leggiamo che Giacomo il minore è figlio di Alfeo (Matteo 10-3; Marco 3-18; Luca 6-15; Atti 1-13), e che Giacomo, Giuseppe, Giuda e Simone sono “fratelli” di Gesù (Marco 6-3; Matteo 13-55).
Per conciliare questi dati sono state proposte due soluzioni. Alcuni hanno identificato Alfeo con Cleofa, nel senso che potrebbero essere due nomi della stessa persona, o meglio due forme dello stesso nome aramaico per cui figli di Cleofa (o Alfeo) sarebbero Giacomo il minore e Joses (il cui ruolo nei Vangeli è inesistente). Altri invece, ed è l’ipotesi più accreditata, affermano che la madre di Giacomo, Maria, si sarebbe sposata due volte: dapprima con Alfeo, di stirpe sacerdotale, ed avrebbe avuto come figli Giacomo e Giuseppe; poi, morto Alfeo, si sarebbe sposata con Cleofa, di stirpe davidica, ed avrebbe avuto Giuda Taddeo e Simone il cananeo.
Accettando questa seconda ipotesi, i figli di Maria di Cleofa sarebbero, pertanto, quattro: Giacomo il minore e Giuseppe (di “primo letto”, come si dice popolarmente), Giuda Taddeo e Simone il cananeo (di “secondo letto”). Tenendo conto che Cleofa, secondo Egesippo (nato verso il 115 a Gerusalemme e morto nel 180), era fratello di S.Giuseppe, si ha che Giuda Taddeo e Simone il cananeo erano cugini (tale è il valore dell’espressione “fratello”, di cui parla Marco 6-3 e Matteo 13-55) di Gesù e nipoti di S. Giuseppe, sposo della Vergine Maria, la quale veniva quindi ad essere zia di entrambi e cognata della madre di questi, ecco perché Giovanni (19-25) chiama tale Maria “sorella” di Maria SS., sorella, ossia cognata.
Maria di Cleofa faceva parte del gruppo di donne che seguirono Gesù per tutta la Galilea. Rimase presso il Calvario dopo la morte del Redentore, assistette alla sua sepoltura, si recò con le altre donne al sepolcro e potette constatare la risurrezione di Cristo. Ella è conosciuta anche come “Maria Jacobi”, essendo madre di Giacomo il minore.
Chi era Cleofa?
E’ uno dei due discepoli che il giorno della risurrezione di Cristo, recandosi nella nativa Emmaus, furono raggiunti da Gesù che riconobbero nello spezzare il pane (Luca 24-13): “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista…”.


Passiamo ora alla disamina della statua nella cronistoria dell’Arciconfraternita della Morte. Nel suo progetto di rifacimento delle statue, Cozzoli per la prima volta si trovò completamente libero nella ideazione perché non c’era un’immagine preesistente di Maria di Cleofa da prendere come modello. Doveva solo prendere atto della decisione dell’Arciconfraternita di togliere dalla processione la statua di Gesù recante la croce e sostituirla con quella di Maria di Cleofa. Infatti, la statua del Calvario, realizzata in cartapesta con testa, mani e piedi in legno, fu portata in processione fino al 1913. La sostituzione fu giustificata dall’Arciconfraternita nella necessità di abolire l’anacronismo di vedere il Calvario nella processione dei Misteri organizzata dall’Arciconfraternita di Santo Stefano e il giorno dopo rivederlo nella processione del sabato santo. Si trattò, a mio avviso, di una spiacevole decisione, discutibile sotto vari aspetti: per significato, per arte scultorea, per tradizione.

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Ma ritorniamo alla statua di Maria di Cleofa. Cozzoli creò l’immagine di una donna di media età, di corporatura robusta che a capo reclino contempla, raccolti in un panno, i chiodi che hanno trafitto le mani e i piedi di Gesù, e la corona di spine che ha martoriato il capo. Una contemplazione assorta che segue a un lungo pianto, come indicano l’arrossamento e il gonfiore delle palpebre.
Purtroppo, per un calcolo malfatto, la statua risultò notevolmente più alta delle altre statue, disturbando la disposizione armonica delle stesse. Nonostante l’imperfezione, la statua di Maria di Cleofa venne accettata dall’Arciconfraternita e uscì in processione per la Pasqua del 1914.
Come si spiega la “gaffe” del Cozzoli? Quando uno scultore si accinge a modellare una statua, procede innanzitutto a modellare l’opera mediante un bozzetto, mettendo in risalto forme, proporzioni e posizioni della futura scultura. Il tutto potrà poi venir completamente stravolto a seconda del caso ma potrà dare un’idea approssimativa del risultato finale ed un valido riferimento durante la fase di completamento dell’opera. Detto questo, nessuno potrà mai sapere perché Cozzoli, in fatto di altezza statuaria, sia uscito fuori dalla sua consuetudinaria tecnica artistica. Posso solo riportare il pensiero di un rinomato scultore, Giacomo Rossi: “Un artista, che artista sia, impiega le misure che non si possono misurare, perché è più vicino a Dio che alla terra, perché vede ciò che gli altri non vedono, parla come gli altri non sanno e con mezzi che gli altri non possono avere”.
Malgrado i numerosi impegni del proprio lavoro, Cozzoli aveva sempre in mente il progetto di rifacimento di tutte le statue del sabato santo. Ma soprattutto si sentiva responsabile dell’involontario errore per cui l’immagine di Maria di Cleofa era risultata troppo alta. Pertanto, senza chiede alcun compenso suppletivo all’Arciconfraternita, egli plasmò una seconda versione di Maria di Cleofa, identica alla prima nella posa, nell’espressione e nei colori, e naturalmente di altezza uguale alle altre statue.
La nuova statua, ammirata come la precedente, venne portata in processione per la prima volta il sabato santo del 1924. Infatti, nella parte anteriore del basamento possiamo leggere la seguente epigrafe:


TUTTA MODIFICATA DALL’AUTORE
A SPESA DELL’AMMINISTRAZIONE
Presieduta dal Sig. Nicola Iannone
di Luigi
NEL 1924


La notte di quel sabato, come racconta Orazio Panunzio (Diario per la Confraternita della Morte, Molfetta, 1987), ci fu un violento temporale, per cui la nuova statua di Maria di Cleofa trovò riparo all’interno di un portone al numero civico 32 di largo Sant’Angelo. In attesa che il temporale finisse, le donne lì presenti cominciarono a recitare il rosario. Durante la recita della preghiera mariana, ebbero la gradita sorpresa di vedersi presentare Giulio Cozzoli in persona, austero nel contegno e nell’abbigliamento, il quale voleva assicurarsi che la statua, da lui plasmata in seconda versione, non avesse subito danni dalla pioggia. Con un panno leggero esplorò la statua in ogni piega della veste e del mantello; esaminò ogni dettaglio delle mani e del viso, temendo un ristagno dell’acqua piovana. Dopo una lunga sosta forzata, la statua prese a dondolarsi lentamente, insieme alle altre, incamminandosi per via Sigismondo. L’alba non era lontana.

* Testo a cura del prof. Cosmo Tridente.

* Foto provenienti dall' archivio privato del dott. Franco Stanzione.

venerdì 15 gennaio 2010

La Settimana Santa in Puglia al Josp Fest di Roma

Seconda Edizione: dal 14 al 17 Gennaio 2010
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Al Josp Fest di quest' anno, che si sta svolgendo a Roma in questi giorni, è presente anche "La Settimana Santa in Puglia", progetto portato avanti da ormai tre anni dalla Associazione Opera di Molfetta.
Ne do notizia con una punta di orgoglio, in quanto tutto è nato dal progetto "Settimana Santa a Molfetta" da me sollecitato all' amico Gaetano Armenio nel primo anno del mio secondo mandato come Priore dell' Arciconfraternita della Morte; non avrei mai pensato che una mia intuizione avrebbe avuto un simile sviluppo, grazie allo spirito di iniziativa ed all' entusiasmo sempre di Gaetano.
Ancor più per me è motivo di orgoglio, vedere che l' abito di rito dell' Arciconfraternita della Morte che rappresenterò ancora per altri pochissimi giorni come Priore (il mandato è in scadenza), è diventato un po' l' emblema della Settimana Santa Pugliese.
Tre anni fa fu proprio il desiderio di far conoscere fuori Molfetta la nostra Settimana Santa a indurmi a rivolgermi a Gaetano Armenio, per cercare di fare qualcosa che desse visibilità alle nostre tradizioni pasquali; direi che l' obiettivo è stato più che centrato.
Ma cosa è il Josp Fest?
Il Festival JOSP Fest, Festival Internazionale degli Itinerari dello Spirito, è l’evento che promuove l’esperienza dei viaggi di fede, valorizzando l’incontro tra i popoli, i territori e le tradizioni religioso-culturali in un contesto scenografico ed emozionale che fonde storia, religione, cultura e tecnologia.
La manifestazione si pone l’obiettivo di stimolare la partecipazione del pubblico dei visitatori con iniziative volte a suscitare interesse ed emozioni, per un approccio coinvolgente e alternativo alla conoscenza dei luoghi di culto e degli itinerari religiosi europei e mondiali.
E’ anche un appuntamento unico ed esclusivo per enti e aziende che vogliano cogliere l’opportunità di promuovere i propri prodotti e servizi in una vetrina con visibilità a livello mondiale. Grande attenzione viene anche rivolta ai giovani, per i quali il Festival vuol rappresentare un interessante momento di incontro, di formazione, riflessione e condivisione di esperienze e temi affrontati insieme.
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JOSP Fest 2010 presenterà un ricco programma di eventi per vivere l’esperienza di visita in modo più coinvolgente. Nei quattro giorni di apertura, il Festival ospiterà numerose iniziative dedicate all’informazione, alla cultura e all’intrattenimento.

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* Testo a cura del dott. Franco Stanzione.
* Foto fornite da Gaetano Armenio.