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mercoledì 5 agosto 2009

San Giovanni nei Vangeli, nei detti e nella cronistoria dell' Arciconfraternita della Morte

A cura del prof. Cosmo Tridente.
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San Giovanni è l’ultima statua, prima della Pietà, ad uscire in processione, il sabato santo, dalla chiesa del Purgatorio.
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I portatori appartengono alla Congrega di Sant’Antonio da Padova e indossano: camice, cappuccio, mozzetta e cingolo con fiocco bianchi, sulla mozzetta piastra di metallo riproducente Sant’Antonio da Padova.
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Intanto vediamo insieme chi è questo straordinario personaggio.
Figlio del pescatore Zebedeo, Giovanni fu prima discepolo di Giovanni il Battista, poi, alla sua morte, entrò con il fratello Giacomo il maggiore nel numero dei dodici apostoli.
«Mentre (Gesù) camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”. Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando oltre vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedeo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono» (Matteo 4,18-22). Attenzione dunque a non confondere Giovanni il Battista ...
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... con Giovanni l’Evangelista:
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... il primo, figlio di Elisabetta e di Zaccaria, è il “precursore” preposto a preparare la venuta di Cristo; il secondo, figlio di Zebedeo e di Maria Salome, è il “continuatore” preposto a mantenere la memoria del Cristo fino alla fine.
San Giovanni è citato in alcuni detti popolari molfettesi dai quali si evince che trattasi del Battista: “A Sén Gevénne pìgghie chelùmme e émminele n’ghénne” (A San Giovanni prendi fioroni e mangiali, cioè a San Giovanni maturano i fioroni); “A Sén Gevénne chelùmme n’ghénne a Sén Bìete fàieche appàiese” (A San Giovanni i fioroni sono pronti per essere mangiati, a San Pietro i fichi sono ancora appesi all’albero perché acerbi); “Quénne chiòeve a Sén Gevénne re castégne càdene n’dèrre” (Quando piove a San Giovanni le castagne cadono prima di essere mature); “Sén Gevénne (24 giug.) méitetòere, Sén Bìete (29 giug.) attacchatòere” (San Giovanni mietitore, San Pietro legatore ); “U Sén Gevénne nén ze néiegh’a nesciàune” (Il San Giovanni non si nega a nessuno), cioè il “comparizio”(comparatico) per battesimo, cresima e nozze, non deve mai rifiutarsi perché è una sorta di “creazione” di nuova parentela, frequente tra vicini e conoscenti o utile a rinsaldare vincoli parentali preesistenti. San Giovanni Battista è dunque il tutore del “comparizio” perché secondo i Vangeli battezzò Cristo nel fiume Giordano. Perciò ogni persona, che assume la tutela del battezzato in quanto tale, anche se non è l’esecutore manuale del battesimo, è messo in relazione con colui che, sempre secondo i Vangeli, non solo annunciò e precorse l’opera di Cristo, ma anche con quella cerimonia, diventata le soglia del cristianesimo, lo riconobbe mandato dallo Spirito. Ogni funzione di tutela dell’iniziato ad una nuova forma di vita mediante un sacramento (cresima, matrimonio) ha assunto la stessa definizione di comparatico del battesimo.
San Giovanni Evangelista è, invece, citato in un altro detto, piuttosto colorito nel linguaggio, che è una vera e propria invettiva contro i traditori, quale fu Giuda Iscariota: “Sén Gevénne pìgghieu n’ghénne e fa scettà u venèiene dé n’ghénne” (San Giovanni prendilo per la gola e fai buttare il veleno dalla stessa)
San Giovanni Evangelista è tradizionalmente considerato “il discepolo che Gesù amava”, autore del Vangelo secondo Giovanni, di tre Lettere e dell’Apocalisse che in greco significa Rivelazione. Questo libro profetico, l’unico del Nuovo Testamento, gli fu ispirato da un angelo: «Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dentro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: “Quello che vedi scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese…”».
Quando un villaggio samaritano rifiutò ospitalità a Gesù, che si stava recando a Gerusalemme, Giovanni e Giacomo dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?» (Luca 9,54) , parole che lasciano intendere una fede ardente, mista a reazioni impulsive e veementi. Giovanni deteneva una posizione di privilegio nel gruppo. Durante l’ultima cena il discepolo si china verso Gesù chiedendogli chi lo tradirà (13,23-26). E’ presente nel giardino del Getsemani ed è probabilmente “l’altro discepolo” che seguì Gesù dopo il suo arresto, con Pietro, e che udì quest’ultimo rinnegare Gesù per tre volte, prima del canto del gallo (18,13-16). Unico degli apostoli a trovarsi fra le donne sotto la croce cui Cristo affidò la propria madre affranta dal dolore, dicendo “Donna, ecco il tuo figlio”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre” (19,26-27).
Il passo evangelico è citato da Dante nella Divina Commedia (Paradiso XXV, 112-114):
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“Questi è colui che giacque sopra ’l petto
del nostro pellicano, e questi fue
di su la croce al grande officio eletto”
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Parafrasando, significa: Questi (l’apostolo Giovanni) è colui che posò il capo, nell’ultima cena, sopra il petto di Cristo (pellicano); ed egli fu da Cristo in croce scelto all’alto ufficio di figlio di Maria. La leggenda popolare narrava che il pellicano fosse un uccello il quale, se morivano i figli, li risuscitava con il proprio sangue, squarciandosi il petto con il becco. Esso simboleggia Cristo che, con il suo sangue, risuscita l’umanità dalla morte delle colpa.
Giovanni fu il primo degli uomini a raggiungere il sepolcro vuoto, accorrendo all’appello di Maria Maddalena e superando Pietro, più vecchio e più lento di lui, ma aspettando poi per farlo entrare per primo (20,2-6). E’ al fianco di Gesù risorto selle sponde del lago di Tiberiade (21,7). Tra i discepoli poi si diffuse “la voce che quel discepolo non sarebbe morto” ma che avrebbe vissuto fino alla venuta di Cristo nella gloria (21,23).
Sappiamo che Giovanni fu una figura importante della Chiesa primitiva e che visse molto a lungo. Suo fratello Giacomo, invece, morì durante la persecuzione dei cristiani da parte di Erode Agrippa I. Gli ultimi tempi della vita di Giovanni sono narrati dalla tradizione orale: dopo un lungo confino nell’isola greca di Patmos (in greco: Πάτμος) si stabilì con Maria ad Efeso (Turchia) dove morì durante l’impero di Traiano, all’età di circa 94 anni. Sembra sia sopravissuto a tutti gli altri apostoli ed è l’unico di cui si sappia con certezza che non subì il martirio.
Giovanni è, inoltre, come dice Dante (Paradiso XXXII, 127-129):

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“Quei che vide tutti i tempi gravi
pria che morisse, de la bella sposa
che s’acquistò con la lancia e coi clavi”
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Cioè: è colui che, prima di morire, vide tutte le calamità e le sventure (tutti i tempi gravi) della Chiesa (de la bella sposa) che Cristo si acquistò con la lancia e con i chiodi che trafissero il suo corpo.
Fino alla Pasqua del 1926 venne portata in processione la statua di San Giovanni Evangelista dello scultore napoletano Francesco Verzella (commissionata dall’Arciconfraternita della Morte intorno al 1829). La statua raffigura l’apostolo prediletto in atto di preghiera e contemplazione con lo sguardo rivolto verso il cielo e le mani congiunte con le dita incrociate.
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In un’assemblea dell’Arciconfraternita della Morte del 19 settembre 1926, il priore pro tempore, Giuseppe Peruzzi, rese noto che la statua di San Giovanni era corrosa dai tarli in maniera tale da non poter più essere portata in processione, ragion per cui aveva preso contatti con Cozzoli per la realizzazione di una nuova statua. Lo scultore ebbe difficoltà ad accettare perché impegnato a completare il monumento ai Caduti di Molfetta; tuttavia aderì alla richiesta, sottoponendosi ad un più intenso ritmo di lavoro.Preparò vari bozzetti, avendo intenzione di raffigurare San Giovanni non con le mani giunte in atto di preghiera, com’era la statua precedente, bensì in una posa diversa. Ma gli amministratori insistettero affinché la nuova statua avesse lo stesso atteggiamento. In caso contrario non sarebbe stata accettata di buon grado dalla popolazione. Cozzoli, seppure malvolentieri, dovette piegarsi. Ma l’ostacolo più grave lo frappose il Vescovo, Mons. Pasquale Gioia. Appena saputo dell’incarico affidato al Cozzoli dalla Confraternita della Morte, ribadì agli amministratori il suo punto di vista: non potersi impartire la benedizione a immagini di cartapesta. Dopo frenetici incontri tra Peruzzi e Cozzoli, si convenne quanto segue: Cozzoli avrebbe plasmato in argilla una statua di sessanta centimetri, completa nei minimi particolari.
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Da questo modello uno scultore veneziano residente a Bari, esperto di riproduzioni lignee, avrebbe ricavato l’intera statua in legno, che Cozzoli avrebbe poi colorato. L’opera era già in fase avanzata, tutto sembrava andare per il verso giusto, quando lo scultore veneziano, che aveva dato segni di squilibrio mentale, impazzì. Abbandonò la residenza di Bari, senza lasciare alcuna traccia di sé. “Non esiste alcun ingegno se non mescolato alla pazzia”, dice Petrarca (Epistola metrica a Zoilo). Un legame fra genialità e pazzia era già noto agli antichi. Un esempio importante è il poeta latino Tito Lucrezio Caro che impazzito, vittima di una passione amorosa, riesce comunque a completare la sua grande opera “De rerum natura”, approfittando degli intervalli di lucidità. L'affermazione di Seneca che "non è mai esistito ingegno senza un poco di pazzia" non è stata finora smentita. Persino gli studi psicologici del XX secolo hanno dimostrato che circa il 25-30 per cento dei grandi scienziati ha avuto qualche disturbo psichico, dalla schizofrenia alla depressione, alla paranoia. Le stesse patologie, oltre a ossessioni, anoressia e asocialità, hanno attanagliato molti artisti: scrittori, musicisti, pittori. Ne erano affetti personaggi come Rilke, Kafka, Goethe, Rousseau, Proust, Van Gogh, Schumann, Wolf, Pavese. Anche Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, soffriva di fobia sociale, che teneva sotto controllo assumendo droghe che "gli scioglievano la lingua".
Fatto sta che l’artista veneziano, con la sua pazzia e irreperibilità, aveva creato grossi problemi sia agli amministratori dell’Arciconfraternita che allo stesso Cozzoli: il tempo stringeva, né si prospettava un’altra soluzione. Per cui Cozzoli eseguì la statua tutta di sua mano e, come le altre, di cartapesta.
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Mons. Gioia fu comprensivo. Senza disdire quanto aveva detto, s’indusse a benedire la nuova statua di San Giovanni la domenica delle palme e fu portata in processione il sabato santo del 1927.
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Ma dichiarò che, a tale proposito, non ci si poteva più attendere da lui ulteriore tolleranza.
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A questo punto, l’uscita del baldacchino retto dai confratelli dell’Arciconfraternita della Morte, segnala che l’uscita della Pietà è imminente, giusto il tempo di cantare in chiesa il “Vexilla Regis Prodeunt” di Venanzio Fortunato.
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Il baldacchino è a otto aste reggenti una coltre di velluto pregiato con galloni e frangia dorati. Sulla fascia anteriore e posteriore si vede lo stemma dell’Arciconfraternita (un teschio con due stinchi incrociati), mentre su quelle laterali è riprodotta una croce in oro.
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* Testo del prof. Cosmo Tridente.
* Foto dell' archivio privato del dott. Franco Stanzione.

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