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giovedì 2 aprile 2009

La Veronica nella tradizione e nella cronistoria della Arciconfraternita della Morte

A cura del Prof. Cosmo Tridente.
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La Veronica è la seconda statua dello scultore Giulio Cozzoli ad uscire in processione dalla chiesa del Purgatorio il sabato santo. E’ portata a spalla dagli aderenti alla Confraternita di Maria SS. del Carmine che indossano: camice e cappuccio bianchi, mozzetta e cingolo con fiocco lilla-viola, al collo laccio lilla-viola con piastra di metallo riproducente la Madonna del Carmine.
Chi era la Veronica?
Anzitutto il nome “Veronica”, derivante dall’accostamento dell’aggettivo latino vera al sostantivo greco eikòn (icona) è un appellativo dato, per metonimìa, a colei che era proprietaria della “vera icona” di Cristo. Non è citata nei Vangeli canonici, ma la tradizione la commemora nella Sesta Stazione della Via Crucis che si celebra in tutte le chiese cattoliche del mondo durante i riti del venerdì santo e che viene ripetuta ogni anno anche dal Papa nella scenografica cornice del Colosseo romano. La figura della Veronica, però, scompare dallo schema alternativo della Via Crucis (schema biblico), articolato secondo il Vangelo, apparso per la prima volta nel “Libro del Pellegrino” offerto in occasione dell’Anno Santo del 1975.
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VI Station: Veronique essuie la Face de Jésus
Cromolitografia francese anonima dei primi del ‘900
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Secondo il libro apocrifo degli Atti di Pilato (cap.7), la Veronica sarebbe l’emorroìssa di Cafarnao, ammalata da tanti anni, poi guarita miracolosamente da Gesù al tocco del suo.mantello. L’episodio è narrato nel Vangelo di Luca (8:43-48) ma senza riportare il nome della donna. Questa avrebbe poi asciugato il volto di Cristo lungo la strada che portava al Calvario, con il risultato che l’immagine del volto sarebbe rimasta impressa sul telo.
Altri Vangeli apocrifi, come quello di Filippo, la identificano addirittura con la figlia di Erodiade che aveva danzato davanti ad Erode Antipa ed aveva chiesto la testa di Giovanni Battista, che poi si sarebbe convertita.
Una pia leggenda afferma che la Veronica era la nutrice di Tiberio (imperatore romano dal 14 al 37 d.C.). Costui era da molto tempo malato di lebbra. Invano aveva consultato tutti medici dell’antica Roma, ma il male lo consumava terribilmente. L’imperatore, con la disperazione nel cuore, vedeva avvicinarsi la morte. La sua vecchia nutrice, di nome Veronica, gli propose un ultimo tentativo. Aveva sentito che in Palestina v’era un uomo, grande maestro e taumaturgo, che faceva molti miracoli e si chiamava “Gesù”. Se avesse chiesto a quest’uomo la grazia della guarigione dell’imperatore, certamente l’avrebbe ottenuta. L’imperatore acconsentì e la vecchia nutrice si pose in cammino per Gerusalemme. Fu un viaggio lungo, faticoso, disagiato. Ma finalmente giunse nella città santa di Davide. Entrata in città, sentì in lontananza un vociare, un muoversi di folla; e ad una svolta s’incontrò con il tragico corteo che conduceva Gesù al Calvario. Eccolo Gesù: livido, affranto, barcollante sotto la croce!. La Veronica si fermò impietrita dal dolore. Gesù le era ormai vicino. Vide quel volto grondante di sangue, gli occhi semichiusi per lo spasimo, la fronte coronata di spine. In quell’istante la donna dimenticò tutto: lo scopo del suo viaggio, il suo imperatore, le sue fatiche. Un sentimento di compassione le salì dal cuore, si avvicinò a Gesù, si tolse il bianco velo dal capo e, con mano delicatissima, incominciò ad asciugare il volto del Signore. Gesù la guardò con occhi riconoscenti. La canèa urlante dei giudei riprese il cammino e la povera donna fu respinta, travolta e si trovò sola con il suo velo tra le mani. Fu un attimo. Guardò il velo, ed un grido di gioia e di stupore le uscì dal cuore: sul velo era impressa l’immagine di Gesù. Strinse al cuore quel prezioso tessuto e partì per Roma. Ivi giunta, raccontò all’imperatore la scena vista; con quel velo toccò il corpo di Tiberio, il quale rimase miracolosamente guarito. Il culto di Santa Veronica ebbe notevole sviluppo Francia, ove ella è identificata con la donna che, andata sposa a Zaccheo (Luca 19:2-10), dopo la morte del Salvatore, si sarebbe recata nelle Gallie ad evangelizzare e sarebbe morta nell’eremitaggio di Soulac.
In occasione del primo Giubileo del 1300, proclamato da Papa Bonifacio VIII con la bolla “Antiquorum habet fida relatio”, il velo della Veronica venne esposto alla pubblica venerazione nella Basilica di San Pietro “per consolazione dei romei”, cioè dei pellegrini che affluivano a Roma. Di ciò dà testimonianza Dante Alighieri (Paradiso XXXI, 103-111) che, contemplando il volto di San Bernardo di Chiaravalle, paragona il suo stato d’animo a quello di un romeo innanzi al velo della Veronica:

Qual è colui che forse di Croazia
viene a veder la Veronica nostra
che per l’antica fame non sen sazia,

ma dice nel pensier, fin che si mostra:
«Signor mio Gesù Cristo, Dio verace,
or fu sì fatta la sembianza vostra?»


In altra opera (Vita Nova, XL) Dante, esprimendo il dolore per la morte di Beatrice, cita i pellegrini diretti a Roma per venerare il velo della Veronica:

“Dopo questa tribolazione avvenne, quello tempo
che molta gente va per vedere quella immagine
benedetta la quale Iesu Cristo lasciò a noi per
essemplo de la sua bellissima figura…”

Anche Francesco Petrarca (Canzoniere, sonetto XVI) testimonia la devozione per il velo della Veronica, in occasione del Giubileo del 1350 proclamato da Papa Clemente VI con bolla:”Unigenitus Dei Filius”. Nel sonetto Petrarca, lontano dalla sua donna amata (Laura), va cercando nel volto di altre donne l’effigie di lei, e si paragona ad un vecchietto che, abbandonata la famiglia, intraprende un lungo viaggio sino a Roma per contemplare la reliquia della Veronica:

Movesi il vecchierel canuto et biancho
del dolce loco ov’à sua età fornita
et da la famigliuola sbigottita
che vede il caro padre venir manco;

indi trahendo poi l’antiquo fianco
per l’extreme giornate di sua vita,
quanto più po’, col buon voler s’aita,
rotto dagli anni, et dal cammino stanco;

et viene a Roma, seguendo ‘l desio,
per mirar la sembianza di colui
ch’ancor lassù nel ciel vedere spera:

così, lasso, talor vo cerchand’io,
donna, quanto è possibile, in altrui
la disïata vostra forma vera.


Il poeta e saggista francese Paul Claudel (1868-1955) si convertì al cattolicesimo dopo aver meditato sul volto della Veronica:

Non potrai cancellare dal tuo cuore un’immagine,
l’immagine che non è se non quella impressa
sul lino della Veronica … Un volto affilato e sottile,
e una lunga barba ne circonda il mento.

E tale è l’austerità dello sguardo, che atterrisce,
e tale la santità, che l’antico peccato,
radicato in noi, freme nelle sue più intime radici.

In passato, nella ricorrenza dell’Ascensione (= quaranta giorni dopo la Resurrezione di Cristo), si preparavano, con robuste funi, altalene (tùndre) con le quali gli adolescenti si lasciavano dondolare a turno, cantando un canto tipico molfettese, l’Asscèlse ( l’Ascensione), in cui è citata la Veronica (per le femminucce) e Sénd’Alò (un santo inventato per i maschietti). Riporto il ritornello:

E une, e ddue, e ttrè,
Sénda Vròneche, falla cadè,
e cci né lla fè cadè,
chèssa crestiéne né mmòere mè

Traduco: E uno, e due, e tre / Santa Veronica, falla cadere, / e se non la fai cadere, / questa persona non muore mai (non cede mai il turno a chi spinge).
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Sulla base degli studi compiuti dal gesuita Padre Heinrich Pfeiffer, professore tedesco di Iconologia e Storia dell’Arte Cristiana presso l’Università Gregoriana di Roma, in occasione della ristrutturazione della Basilica di San Pietro avviata da Papa PaoloV, la cappella dove veniva custodita la Veronica, venne abbattuta nel 1608, per cui è probabile che in quella occasione la reliquia sia stata rubata finchè, attraverso un giro di donazioni private, finì nel convento dei frati cappuccini di Manoppello, un piccolo paese a ridosso dell’Appennino abruzzese, in provincia di Pescara, a circa 200 chilometri da Roma. In quel paese, nel giorno della trasfigurazione di Gesù, ossia il 6 agosto, è infatti celebrata la festa del Volto Santo.
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Il volto santo di Cristo venerato a Manoppello
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Il volto santo di Manoppello è un velo di 17x24 cm in cui è raffigurata l’immagine di un viso maschile con i capelli lunghi e la barba divisa a bande. E’ stato detto che si tratta di un caso unico al mondo in cui l’immagine è visibile identicamente da ambedue le parti. Il prof. Donato Vittore, ortopedico dell’Università degli Studi di Bari ha svolto nel 1997 un esame con i raggi ultravioletti, constatando che le fibre del velo non presentano nessun tipo di colore, per cui la reliquia non è stata né dipinta né tessuta con fibre colorate. Per quanto riguarda la natura del filato, secondo la prof.ssa Chiara Virgo, potrebbe trattarsi di bisso marino, uno speciale filamento prodotto dal mollusco “pinna nobilis”, lavorato sin dalle epoche più antiche. Ma un tessuto di bisso non può essere dipinto perché il sale che contiene ne sbiadirebbe presto i colori. Inoltre, si è visto che il volto della Sindone di Torino e quello che appare nel velo di Manoppello sono sovrapponibili e delle stesse identiche dimensioni, con l’unica differenza che nell’immagine di Manoppello la bocca e gli occhi del viso sono aperti. Dobbiamo allora concludere, come ha detto Padre Pfeiffer, che “il velo di Manoppello è nient’altro che l’originale della Veronica romana”.
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Vediamo ora come si è arrivati all’attuale statua della Veronica, custodita nella chiesa del Purgatorio. Nel 1844 la Confraternita di Maria SS. del Carmine, sotto il priorato di Tommaso Antico, decise di cedere all’Arciconfraternita della Morte, presieduta da Stefano Salvemini, la vecchia statua della propria Titolare, rimasta abbandonata per oltre un decennio, essendosi fornita di una nuova immagine della Madonna: quella che tuttora si venera nella chiesa di S. Pietro (monacelle), scolpita da Giuseppe Verzella (autore della statua della Madonna dei Martiri), sulla cui figura di uomo e di artista mi sono soffermato in altra sede. Da un artigiano locale, la precedente immagine della Madonna del Carmine fu trasformata nella statua della Veronica. Asportata la statuina di Gesù Bambino, fu mutata la positura della braccia, distese in avanti a reggere un panno di stoffa, su cui era dipinto il volto insanguinato del Redentore. Il viso della statua non fu ritoccato, restò nella sua espressione statica e inerte. La statua fu portata in processione fino al 1906.
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La vecchia statua della Veronica
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Da quell’anno in poi e per circa un cinquantennio, la creatività del Cozzoli consentì di corredare l’Arciconfraternita della Morte di un patrimonio artistico di immenso valore. E fu proprio la Veronica la prima statua ad essere plasmata dallo scultore molfettese.
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La nuova statua della Veronica uscì per la prima volta in processione il sabato santo del 1907, sotto il priorato di Giuseppe Carabellese fu Leonardo. L’immagine conseguì il consenso entusiastico della popolazione molfettese. Al contrario di quella precedente, quella plasmata dal Cozzoli era percorsa da una energia dinamica. Alla scoperta del terrificante prodigio per cui il panno adoperato per tergere il sudore ha impresso il volto sanguinante di Gesù, la giovane donna ha un moto immediato di spavento e repulsione. Il suo corpo flessuoso tende a discostarsi dall’oggetto del prodigio, per cui essa cerca, con le braccia allungate, di tenerlo lontano da sé. Lo sbigottimento è tale che essa ha il viso girato dall’altra parte, anche se i suoi occhi, lampeggianti di terrore, sono tentati di tornare a guardare. Il viso ha una delicatezza squisita, una fragilità resa più soave dal pallore cereo.
Anche se apprezzamenti di ammirazioni dominarono nel giudizio collettivo, tuttavia ci fu qualche perplessità su alcuni particolari ritenuti troppo realistici, come le braccia nude oltre il gomito e gli orecchini a cerchione ai lobi delle orecchie. Come nella statua precedente, il panno sorretto dalle mani distese era di stoffa, sulla quale Cozzoli aveva dipinto con colori a pastello il volto di Gesù. Ma dopo qualche anno di processione e di sventolamento, i colori si andavano disfacendo e il volto di Cristo si stava cancellando. Per cui bisognava provvedere. Cozzoli sostituì il panno di stoffa con uno di cartapesta che fu accorpato al busto della statua. Con questa operazione però il panno acquistò maggiore peso rispetto a quello precedente, le braccia risultavano troppo deboli, inadeguate a sostenerlo, onde l’autore, per rinforzarle, fu costretto a rivestirle con delle maniche di cartapesta. Inoltre, tolse dalle orecchie gli orecchini a cerchioni. Il panno con il volto di Gesù fu donato da Cozzoli all’Arciconfraternita di Santo Stefano, la quale ne fece fare un quadro che tuttora si può vedere nella sagrestia di quella chiesa. A mio avviso, sarebbe stato più opportuno lasciare all’Arciconfraternita della Morte la custodia di quel panno Ma, come dice Dante (Purgatorio XX,1) “Contra miglior voler voler mal pugna”. Cioè una volontà anche buona male combatte, resiste contro una volontà migliore.
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Quadro con il panno della Veronica donato da Cozzoli
all’Arciconfraternita di S. Stefano
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Concludo con una mia riflessione.
I Vangeli, come si è detto, non parlano di questo incontro tra Gesù ed una donna sconosciuta che durante il cammino della croce si avvicina al Maestro per asciugarne il volto. La tradizione però ha mantenuto il ricordo non scritto di questa umile donna del popolo che esce dalla folla sbeffeggiante ed avida della morte del Cristo, per compiere questo gesto pieno di silenzio e carico d’amore.
Davvero quanta cura e quanta tenerezza sono racchiuse nei tratti scarni di questo gesto! Un gesto di pietà che è anche una silenziosa professione di fede.
Il gesto della Veronica non è solo una pausa per ritemprare le forze nel cammino sfibrante della croce. Il Volto del Cristo vilipeso e schernito, sfigurato da non sembrare più la faccia di un uomo, la Veronica riconosce che è il volto dell’amore.
Dove sei Signore?
Forse qualche volta ci siamo posti questa domanda, credendo che Tu sei assente o distratto mentre per noi quaggiù la vita è dura. Dove sei Signore e perché taci?
L’assenza ed il silenzio di Dio hanno sempre sconvolto la perplessità dell’uomo.
E’ possibile che Dio ci sia dove non c’è bellezza? E’ possibile che Dio ci sia dove manca la gioia?
Nella malattia è possibile che ci sia Dio? Lì dove l’odio umano miete vittime innocenti, è possibile che ci sia Dio? Lì dove c’è assurdità ed orrore, è possibile che ci sia Dio? Nelle donne stuprate, nei bambini violentati, nei vecchi dimenticati, nelle persone disperate per mancanza di lavoro, negli angoli bui di buchi dove si consumano agonie sotto coperte di cartone: lì cosa centra Dio?
Aiutaci a saperti vedere nella bellezza e nelle meraviglie della vita, a contemplarti Signore e Creatore Provvidente di questo mondo, ma aiutaci anche a saperti riconoscere lì dove non c’è bellezza e dove il disgusto e la paura ci fanno inorridire e voltare altrove. Aiuta noi Signore, creati ad immagine e somiglianza del tuo Volto, a non considerare l’amore solo come poesia ed emozione, come romanticismo e confidenza, come un “illuminarsi d’immenso” (parole di Giuseppe Ungaretti), ma anche come sacrificio, come inalterabile mitezza e dono anche nelle tumefazioni che le relazioni sanno percuotere sul nostro volto e nel nostro cuore.
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* Testo del prof. Cosmo Tridente.
* Foto tratte dal web.

5 commenti:

Danny ha detto...

Spesso internet viene bistrattato, ma questo è un esempio di come la "rete" possa dare una grossa spinta a livello culturale. E' anche vero che la presenza di Internet abbia minato la diffusione culturale tradizionale di tipo cartaceo, con una conseguente crisi da parte degli editori e in primis degli scrittori e studiosi, ma penso che i tempi siano maturi per uno sviluppo della rete parallelo, a quello cartaceo che non deve scomparire, soprattutto perchè come dicevano gli antichi "Verba volant, scripta manent" e con la realtà virtuale basta un click per cancellare un intero archivio.
Complimenti ancora una volta al prf.Tridente, si scoprono cose, fatti, aneddoti sempre nuovi pur essendo passati 100 anni.

Anonimo ha detto...

Dott.Stanzione.
Ancora una volta rivolgo le mie più sentite congratulazioni all'ottimo prof.Tridente per le sue precise e dettagliate informazioni sulle statue del sabato santo. Avrei un'idea: perchè non raccogliere tutte quelle notizie in un opuscolo e farlo stampare a cura dell'Arciconfraternita della Morte, di cui Lei è onorato di essere priore?

Lucia ha detto...

Le vecchie statue del Sabato Santo dovrebbero essere esposte al pubblico in quanto fanno parte della storia della nostra città e delle nostre tradizioni. Io non le ho mai viste di persona, le ho solo viste in foto.

Anonimo ha detto...

Caro priore, complimenti per il suo sito, molto interessante,attraverso il quale possiamo capire e vedere tante cose sulla settimana santa che prima non era possibile se non per sentito dire dai nostri anziani. Spero che questo sito sia sempre attivo negli anni futuri.Inoltre, un plauso merita il prof.Tridente che io non conosco personalmente, per le sue accurate notizie sulla storia delle statue e sulla loro genesie evangelica.
Grazie,prof.Cosmo Tridente, gli appassionati molfettesi le sono grati.

Anonimo ha detto...

Complimenti al PRof. Tridente. E' bello scoprire tante cose non solo sulla tradizione di Molfetta ma anche su aspetti religiosi.
Roberto Soru