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venerdì 17 aprile 2009

La notte del sotterfugio e della sommossa sedata

A cura del Prof. Cosmo Tridente.
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Nel capitolo VIII de “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni troviamo la scena del fallito tentativo del matrimonio di sorpresa tra Renzo e Lucia, escogitato da Agnese, in casa di don Abbondio, le cui urla per l' inganno scoperto destarono la folla del villaggio che, accorsa inferocita, tornò poi serena a casa.
Questa scena manzoniana mi piace metterla in parallelo con quella che sto per raccontarvi, realmente accaduta a Molfetta la notte del 16 aprile 1897, anno in cui un grande Pontefice, Leone XIII, emanò la sua prima enciclica sullo Spirito Santo: «Divinum illud munus». Era venerdi santo e a quell’epoca, priore dell’Arciconfraternita di Santo Stefano era il Maestro Saverio Calò (1845-1923) il quale, proprio in quel periodo, aveva terminato di comporre una sua nuova marcia funebre, “Dolor”, in memoria della moglie Elena Jaubert, morta prematuramente il 7 settembre 1880, all’età di 21 anni, al primo parto del figlio Sergio.
La marcia, che si esegue il sabato santo all’uscita della Pietà dalla chiesa del Purgatorio, è considerata dai critici la migliore fra le tre (Amleto, Dolor, Fatalità) di cui il Calò è autore, specialmente per il trio stupendo orchestrato con abile maestrìa. La marcia rivela una vena melodica spontanea, sincera, ed altamente espressiva, rispecchiando la innata squisita sensibilità dell’autore.
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Frontespizio della marcia Dolor conservato presso
la biblioteca comunale “G. Panunzio” di Molfetta
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Spartito iniziale della marcia Dolor conservato presso
la biblioteca comunale “G. Panunzio” di Molfetta
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Ebbene, don Saverio (come lo chiamavano affettuosamente i molfettesi), con un colpo di mano intendeva sostituire, all’uscita di Cristo Morto dalla chiesa di Santo Stefano, la tradizionale marcia funebre del Maestro Vincenzo Valente (1830-1908), che tocca il cuore di tutti i molfettesi, ossia “U Conzasìegge”, con la sua “Dolor”, fresca di composizione.
Calò aveva confidato questa sua intenzione solo ai suoi più stretti collaboratori, ma la notizia ormai era trapelata tra i simpatizzanti del Maestro Valente i quali dicevano: “Don Savéreie av’a sciàie alla scòele de don Vengìenze; cur’a stediàte nìendeméiene a Néple a Sén Bìete a Maiélle; avàste soléménde re pràime cìnghe battàute du Conzasìegge pe mené a retrà don Savéreie che tutte u Delòere!” (Don Saverio deve andare alla scuola di don Vincenzo, quello ha studiato nientemeno a Napoli a San Pietro a Maiella; bastano solamente le prime cinque battute del “Conzasiegge” per costringere don Saverio a ritirarsi con tutto il suo “Dolor”)
Onde poter trarre in inganno il pubblico e non avere problemi all’uscita di Cristo Morto, il Maestro Calò aggiunse a “Dolor” cinque battute iniziali quasi simili a quelle del “Conzasìegge”.
La nuova marcia, per quanto molto apprezzata dagli intenditori, non sortì gli effetti sperati presso gli abitanti di Molfetta vecchia per il loro marcato attaccamento al “Conzasìegge” i cui ambiti melodici si addicono perfettamente all’andamento cadenzato e solenne dei portatori di Cristo Morto. “Amm’a vedè come av’a sciàie la senéte sténotte!”(Dobbiamo vedere come andrà la suonata, stanotte), dicevano, lasciando intendere che non avrebbero mai permesso un colpo di mano da parte del Maestro Calò.
Alle tre la processione cominciò a sfilare con l’uscita di Gesù all’orto. I fautori di don Vincenzo (Valente) si misero ai lati della Parrecchiédde (chiesa di Santo Stefano) minacciando l’ira di Dio se non fosse stato suonato “U Conzasìegge”. A tale scopo “smicciavano”(come scrive Pier Paolo Pasolini) tutte le mosse del Calò.
Il Maestro Valente dal balcone di casa, all’epoca abitava in Via Sant’Angelo n.32, avvolto in un ampio faccelettòene (fazzolettone), la papalàine (papalina) in testa e la pìppe (pipa) fra i denti, seguiva attentamente lo svolgersi degli eventi.
Allo spuntare dei piedi di Cristo nel fioco chiarore dei lumi che circondano il catafalco, don Saverio dette ordine alla banda (banda garibaldina), diretta a quell’epoca dal Maestro Giosuè Rossi, di suonare. Alle prime note, i sostenitori di don Vincenzo si accorsero dell’inganno per cui successe il finimondo. Suggestioni ossianiche e sepolcrali si levarono nell’aria. Fischi, grida, minacce furono lanciati all’indirizzo di don Saverio: “mégghie pe ttèieche, mbéme, ca fè sené u Conzasìegge, ci nén’ vu lésse rùtte de càpe! Quénd’évvéiere Criste ca nén’zimm dégne de nemené” (meglio per te, infame, se fai suonare il “Conzasìegge” se non vuoi essere rotto di testa, quanto è vero Cristo che non siamo degni di nominare!). Infatti, la popolazione di Molfetta vecchia, avendo intuito anzitempo che ci sarebbe stato un colpo di mano da parte del Maestro Calò, armata di bastoni, si era portata all’ingresso della chiesa di Santo.Stefano, impedendo così l’ulteriore uscita della statua lignea di Cristo Morto, oltre i piedi. I sostenitori di don Saverio, chiaramente in minoranza, replicavano con un linguaggio altrettanto colorito: “vàue né faciàiete pegghià pagaùre a nesciàune, disgrazziàte! Sapàiete cé decèieve Mechéiele pezzarìedde?: a ci ngiu càche!”. (voi non fate prendere paura a nessuno, disgraziati! Sapete cosa diceva Michele “pizzarello”: chi se ne frega!) Costui, soprannominato “pezzarìedde”, era un venditore ambulante che il venerdì e sabato santo vendeva i “pizzarelli” (filoncini imbottiti di tonno) in via Annunziata. Per attirare i consumatori alla sua bancarella, gridava così: “acchérraiete, acchérraiete, da Mechéiele u pizzarìedde cu tùnne vè o fùnne!” (accorrete, accorrete, da Michele il “pizzarello” col tonno va a fondo, cioè è abbondantemente imbottito di tonno). A volte succedeva che qualche beffardo volesse prendersi gioco di lui gridando a tono: “abbuffàteve, pùerce!” (ingozzatevi, porci!). E lui, di rimando, rispondeva stizzito con la locuzione citata in precedenza (a ci ngiu càche!).
La banda intanto continuava a suonare e le labbra di tutti s’improntarono ad una stessa espressione di risentimento: “don Savéreie – dicevano – sa né sciàute de càpe e ne sté a pegghià pu càule, priòene è bùene” (don Saverio se n’è andato di testa e ci sta prendendo per il sedere, pur essendo priore)
Ad un tratto si levò una voce tra la folla: “Ind’u Crìste o facìmme a mézzate!” (dentro il Cristo o facciamo a botte!), seguita da un torrente di morti e resurrezioni e morti ancora e resurrezioni di poi et omnibus ceteris. Si formò il coro degli angeli, quel coro di cui parlano Pino Donaggio e Dante Alighieri.
La situazione stava degenerando in una maxi rissa. Il povero Calò, vistosi a mal partito, fece rientrare Cristo Morto in chiesa e solo quando fu intonato “U Conzasìegge”, la statua uscì nuovamente con la pace e la concordia di tutti. E come dice il titolo di una commedia shakespeariana, scritta fra il 1602 e il 1603: “Tutto è bene quello che finisce bene” (“All’s well that ends well”).
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* Testo e foto del prof. Cosmo Tridente.

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