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lunedì 16 febbraio 2009

Detti popolari molfettesi su San Pietro

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Il prof. Cosmo Tridente, del quale ho già pubblicato alcuni suoi scritti su questo sito, inizia da oggi ufficialmente la sua collaborazione con "La mia Settimana Santa".
Voglio ringraziarlo, sin da ora, per il qualificato aiuto che continuerà a darmi nel diffondere correttamente le tradizioni molfettesi legate alla Quaresima e alla Settimana Santa anche se, in verità, Egli è anche un meticoloso e attento studioso di tutte le altre della nostra città.
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San Pietro, com’è noto dai Vangeli, fu tra i più intraprendenti e sicuramente il più impulsivo degli apostoli, per cui ne divenne il portavoce e capo riconosciuto, con la celebre promessa del primato: “E io ti dico che sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. Ti darò le chiavi del regno dei cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”(Matteo 16,18). Questo grande personaggio evangelico non è stato risparmiato dalla leggenda, la quale ha fatto propri alcuni detti o locuzioni che spesso udiamo nel linguaggio popolare. Vediamoli, ricordando ai lettori che nel lessico dialettale la “e” non accentata non va letta.
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Ci a’ ppèrse…u presutte ( Chi ha perso… il prosciutto): Un giorno, mentre peregrinava con il suo Maestro, San Pietro trovò un prosciutto, perso da qualche benestante della Galilea. Subito la sua mente fu colta da un difficile dilemma: restituire il prosciutto al legittimo proprietario, compiendo così un gesto di onestà, oppure trattenere il prosciutto e farsi una scorpacciata una volta tanto nella vita. La scelta della decisione gli procurava gran turbamento. Allora chiese a nostro Signore come dovesse comportansi. Il Maestro gli rispose: “restituisci il prosciutto a colui che l’ha perduto, cercando il proprietario a squarciagola”. San Pietro obbedì e cominciò a gridare ci a’ ppèrse…u presutte, nei crocicchi delle strade affinché tutti potessero udirlo. Ma per il troppo gridare, gli venne una afonìa. Sicchè l’ultima parola, “u presutte”, a mala pena era udita dalla gente: “u pr(sutte)”. Si fece quindi strada la realizzazione della seconda possibilità, segretamente nascosta nel suo cuore: tenersi il prosciutto e farsi una bella scorpacciata all’insaputa del Maestro.
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La strasciàiene de Sén Bìete ( La scia di San Pietro). L’apostolo Pietro, giunto in Paradiso, volle costruirsi un giaciglio di fieno per poter riposare più agiatamente. Per procurarsi la paglia, tornò fra gli uomini e con una bracciata ne prese talmente tanta che lungo il cammino dalla terra al cielo, non riuscendo a contenere tra le braccia il traboccante carico di fieno, seminò un’estesa scia di fili d’oro, dando origine alla Via Lattea che, per la grande distanza dalla terra, appare biancastra.
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U Pèsce Sén Bìete ( Il pesce San Pietro, Zeus faber ). Molto gradito sulle nostre tavole, è un pesce fornito di macchie nere al di sopra della parte terminale della pinna pettorale. Secondo una leggenda, queste macchie sarebbero le impronte digitali dell’apostolo Pietro che avrebbe afferrato questo pesce per prelevare dalla sua bocca una moneta che in quel momento gli serviva per pagare un tributo.

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Sén Bìete u tegnéuse (San Pietro il “tignoso”). Il detto, ricordato particolarmente dagli anziani, è riferito alla vecchia statua di San Pietro, portata in processione fino al sabato santo del 1947: aveva la mano destra sulla fronte, nel sovvenimento di aver rinnegato il Maestro e la mano sinistra distesa sul gallo, quasi a imporgli di tacere. La statua raffigurava un uomo anziano, con la barba grigia e un’ampia calvizie che veniva considerata quasi fosse una vasta area di diradamento dei capelli dovuta alla tigna, una malattia parassitaria del cuoio capelluto che all’inizio del secolo era ancora molto diffusa a Molfetta, specialmente nella città vecchia, a causa dell’arretratezza delle condizioni igieniche. Per questa similitudine, San Pietro era chiamato “il tignoso”, appellativo benevolo che certo non voleva essere irriverente, bensì un segno di familiare confidenza, spinto fino a considerare il Santo come “il protettore dei tignosi”.
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Re péiete de Sén Bìete (Le pietre di San Pietro). In quel tempo Gesù camminava con i suoi apostoli e arrivarono in un paese. Cercarono pane, ma non c’era pane. Allora Gesù disse ai suoi apostoli: “Prendete ciascuno una pietra”. Gli apostoli non capivano a cosa servisse precisamente, ma obbedirono: Chi se la prese in un modo, chi in un altro. Simon Pietro, che era pigro e indolente, se ne pigliò una piccola piccola e camminava così. Gli altri invece trasportavano dei pietroni, grandi e pesanti. Camminarono a lungo in questo modo, ognuno con la sua pietra addosso, tutti gli apostoli, appesantiti e sudati per il gran peso, tranne Pietro, che camminava leggero e gongolando. Dopo, Gesù disse: “Fermiamoci in questo spiazzale e ponete le pietre per terra” e subito le pietre diventarono pane e Gesù continuò: “Prendete e mangiatene tutti, ciascuno il suo pezzo di pane”. San Pietro, vedendo questo miracolo, ci rimase malissimo e disse a Gesù: “Gesù, e io questa miserabile mollica devo mangiare?” E Gesù rispose: “Se uno è pigro o si sente furbo poi ne paga le conseguenze e non si deve lamentare”.
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U sfrecatóreie de Sèn Bìete (Le legnate di San Pietro). Una notte il Santo aveva buscato una doppia razione di legnate mentre era ospite con Giovanni presso la stalla di un contadino. Costui aveva offerto loro ospitalità a patto che non facessero rumori molesti, altrimenti sarebbero state botte. Pietro cominciò a russare e svegliò il contadino, il quale accorse con un robusto randello e vibrò legnate sul primo che incontrò: cioè Pietro. Ma il padrone era generoso e concesse loro un’altra chance. Stavolta Pietro fece il furbo: per non doversi subire una seconda razione di randellate, scambiò il posto con Giovanni. Appena riaddormentato, Pietro riattacca la fanfara. Inesorabile l’arrivo del padrone, che non solo era generoso ma anche giusto: infatti per distribuire equamente le legnate si avventò sul secondo ospite, ahimè ancora Pietro, il quale esclamò: “Ho capito la lezione: mi devo allenare a soffrire: Se è questa la strada che porta al cielo, ben vengano le legnate!”.
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Se dè lé mén’è mbrònde com’a Sén Bìete (Si dà la mano in fronte come San Pietro). Si tratta di un gesto di pentimento riferito a persone consapevoli di aver sbagliato in un’azione o nel linguaggio.
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Nén zì facénne lè mémme de Sèn Bìete (Non fare la mamma di San Pietro). Il detto trae origine da una leggenda popolare e vuole significare che nella vita bisogna avere spirito di solidarietà verso il prossimo, specialmente verso i poveri e gli emarginati. Un giorno, la madre di san Pietro, donna avara e cattiva, mentre sciacquava in un ruscello delle cipolle appena colte, se ne fece sfuggire una di mano, che fu portata via dalla corrente. Poco più giù, una povera vecchina riuscì ad afferrare l’ortaggio e chiese alla madre di san Pietro il permesso di mangiarlo, perché aveva fame. Quella, per la prima volta nella sua vita, fu colta da benevolenza e acconsentì.
Quando la mamma di san Pietro morì, fu mandata al Purgatorio a causa della sua avarizia, affinché potesse purificare la sua anima prima di salire nel Regno dei Cieli. Lei, allora, ricorse al figlio. «Figliolo, mi hanno messo tra le fiamme; è un tormento. Non abbandonare la tua mammina, portami in paradiso con te». San Pietro le rispose che non si poteva: «Cosa direbbero le altre anime, mamma?» La donna, però, non faceva altro che chiamarlo per ripetergli di trasferirla in paradiso. Così, per far cessare quel lamento, san Pietro si decise ad invocare l’intervento di Gesù per tirarla via di lì. «Dopo tutto – disse il santo –, una volta ha fatto la carità ad una vecchia affamata. Le ha regalato una cipolla». A Gesù venne quasi da ridere, però, per far piacere a Pietro, acconsentì che la madre potesse uscire dal Purgatorio. «Se è stata così caritatevole – disse ironicamente Gesù –, falla appendere ad una resta di cipolle e portala con te in paradiso».
Appesa la madre alla resta, il santo cominciò a farla salire verso il paradiso, ma altre anime purganti si avvinghiarono alla veste della donna per salvarsi anch’esse. Ella, allora, cattiva com’era, urlò loro di staccarsi e menava calcioni, perché voleva salvarsi da sola. E tanto urlò e si dimenò che la resta si spezzò, facendola precipitare nuovamente e definitivamente al Purgatorio.
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La mescolanza di sacro e profano in questo scritto non deve essere ritenuta dissacratoria nei confronti del “principe degli apostoli”, qual’era San Pietro. Né bisogna ritenere irriguardosi certi modi di dire dialettali, conservati in una lunga tradizione orale che altro non fa che rafforzare le tradizioni di un popolo. Si sa che il popolo vive il sacro intensamente nel suo svolgersi, ma fuori della funzione sacra si abbandona ad una sorta di rivivimento ironico del sacro stesso. E di capacità ironiche del popolo abbiamo una infinità di esempi.
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* Testo del prof. Cosmo Tridente.
* Foto di Franco Stanzione.

1 commento:

Dual ha detto...

Bellissima terra la Puglia!