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venerdì 25 dicembre 2009

Monografia sul culto della Addolorata su "Feste e Riti d' Italia" - Vol. 1

Durante la Settimana Santa di questo quasi trascorso 2009, mentre mi trovavo nella Chiesa del Purgatorio, in piena fase di allestimento del Sepolcro, mi si presentarono due signori, la dott. ssa Barbara Terenzi ed il dott. Giuseppe Torre, facenti capo al Ministero dei Beni Culturali, i quali mi chiesero notizie sul rito della vestizione delle Madonne per la processione, in quanto ne avevano sentito parlare e costituiva per loro materiale interessante ai fini di una pubblicazione sui riti e tradizioni popolari che di lì a poco sarebbe stata realizzata.
Poichè il rito della vestizione delle Madonne è cosa abbastanza riservata, nè documentata, tanto meno fotograficamente, e qualora vi fossero state delle foto non le avrei esibite per un fatto di opportuna riservatezza verso la Madonna stessa, dissi loro che avrei potuto fornire informazioni dettagliate e corredate, come richiesto, di foto sul culto ai Dolori di Maria SS. nell' Arciconfraternita della Morte.
La cosa fu ritenuta interessante e appena terminato il periodo pasquale, inviai alla dott. ssa Terenzi il mio elaborato di otto pagine, corredato di venticinque foto.
Con una punta di orgoglio posso oggi dire che proprio ieri, vigilia di Natale, il dott. Giuseppe Torre mi ha inviato una e-mail in cui mi ha comunicato che il libro è stato stampato e che in esso vi è anche la mia monografia sulla Addolorata.
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Feste e Riti d'Italia - Primo volume - Il Sud
Collana sul patrimonio immateriale italiano
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Istituto centrale per la demoetnoantropologia
Ministero dei beni culturali
Comitato per la promozione del patrimonio immateriale (ICHNet)
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(cliccare per leggere la scheda del volume)

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Cari Amici,finalmente il libro a cui avete lavorato è stato stampato.
E' un testo imponente, di 450 pagine, in formato 24x30, di una qualità grafica che solitamente si utilizza per i libri d'arte.
A detta di molti, i contenuti non hanno nulla da invidiare alle grandi produzioni in campo artistico o culturale. Grazie infinite a tutti voi.
Come sapete, il Comitato per la promozione del patrimonio immateriale ha investito molto in questo progetto. Una di noi, Barbara Terenzi, ci ha lavorato per più di un anno. Più di 300 persone hanno collaborato; sono state raccolte migliaia di foto e documenti, abbiamo percorso più di 20.000 chilometri, partecipato a decine e decine di feste, e tutto è avvenuto a titolo assolutamente gratuito.
Non è e non voleva essere uno studio scientifico, ma un tentativo per stimolare il territorio a produrre cultura ed a guardare con occhi diversi al suo patrimonio culturale. Siamo riusciti anche a far emergere, dagli archivi di stato, documenti fotografici di enorme valore culturale ed antropologico, che nessuno aveva mai visto prima. Materiale raccolto nelle nostre comunità negli ultimi 100 anni che oggi torna ai luoghi di origine.
Adesso è il momento di raccogliere i frutti di questo immane lavoro: restituire alle comunità ciò che gli appartiene, far comprendere alle persone che le feste, il patrimonio culturale immateriale, non è un patrimonio minore, ma è il luogo dove per millenni si sono formati valori e saperi e dove valori e saperi dovrebbero continuare a formarsi.
La nostra speranza è che da questo studio scaturiscano - dalla società civile - tanti altri studi di approfondimento su un fenomeno di enorme complessità come quello delle feste.
Speriamo anche che questo lavoro possa limitare il devastante fenomeno della trasformazione delle feste in sagre e che possa aprire un dibattito sul tema della valorizzazione sostenibile e responsabile di queste risorse culturali, che sempre più spesso vengono utilizzate a scopi turistici e di promozione del territorio senza tenere in conto i rischi derivanti da politiche irrispettose di questo delicato patrimonio.
Ciò che vorremmo fare nei prossimi mesi è presentare questo libro nelle vostre comunità, anche per spiegare cos'è la cultura vivente e come dovrebbe essere salvaguardata.Vi chiediamo, perciò, di cominciare a pianificare le presentazioni. Per chi volesse, ci rendiamo disponibili anche ad un appoggio di tipo organizzativo o comunicazionale.
Chiedo a tutti coloro i quali hanno partecipato allo studio, di comunicarci i recapiti telefonici e postali. Li gireremo all'istituto Centrale per la Demoetnoantropologia per le comunicazioni di rito.
Prima di concludere, vorrei ricordare Giorgio Mancini, uno dei collaboratori alla stesura di questo libro, che è più con noi.
Nel ringraziarvi nuovamente a nome del Comitato per la promozione del patrimonio immateriale, auguro a tutti voi un felice e sereno Natale.
Giuseppe Torre
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Elenco definitivo delle feste
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BASILICATA
Madonna del Sacro Monte, Viggiano
Santissimo Crocifisso, Brienza
Madonna del Pollino, San Severino Lucano
Madonna della Bruna, Matera
Madonna del Carmine, Avigliano
San Rocco, Tolve
Madonna del Carmelo, Pedali di Viggianello

CALABRIA
Settimana Santa, Battenti rossi, Verbicaro
San Rocco, Gioiosa Jonica
Madonna di Polsi o della Montagna, Polsi di San Luca
Santi Cosma e Damiano, Riace

CAMPANIA
Maria Santissima del Carmine detta delle Galline, Pagani
Madonna dell’Arco, Sant’Anastasia
San Michele Arcangelo, Sala Consilina
San Michele Arcangelo, Padula
San Michele Arcangelo, Rutino
Gigli per la festa di San Paolino, Nola
Santa Maria della Neve, Ponticelli
San Silvestro, Sessa Aurunca

MOLISE
Carnevale, il Diavolo, Tufara
Madonna Incoronata, Santa Croce di Magliano
Carrese per la festa di San Leo, San Martino in Pensilis
Mája, Acquaviva Collecroce
Corpus Domini, Misteri, Campobasso
Volo dell’Angelo per la festa della Madonna delle Grazie, Vastogirardi

PUGLIA
Maria Santissima Addolorata, Molfetta
Settimana Santa, Ruvo
Settimana Santa, Taranto
San Michele Arcangelo, Monte Sant’Angelo
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* Testo a cura del dott. Franco Stanzione.

giovedì 10 dicembre 2009

“Tramonto Tragico” di tre musicanti molfettesi

A cura del prof. Cosmo Tridente.
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Nel repertorio delle marce funebri della tradizione molfettese vi è una marcia abbastanza conosciuta che porta il titolo di “Tramonto Tragico”. La marcia, spesso eseguita nei tratti delle processioni del venerdì di passione e della settimana santa, fu composta dal Maestro Angelo Inglese (1918-1990) nel 1945, anno in cui una sciagura stradale colpì il complesso bandistico “Città di Molfetta”, da lui diretto, in viaggio verso Manfredonia per i festeggiamenti in onore della Madonna del Carmine (e non al ritorno da Manfredonia, come erroneamente è stato scritto).
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La dinamica di quell’incidente può essere così riassunta. Era il 14 luglio 1945, di sabato: la guerra era finita da poco e dopo cinque anni di belligeranza, si cercava di tornare ad una vita normale. I musicanti della banda si erano dati appuntamento per le ore 16.00 presso la loro sede in via Ricasoli per essere prelevati, con i rispettivi strumenti musicali, da due camion prestati dal comando inglese di occupazione agli organizzatori della festa di Manfredonia. La banda doveva esibirsi in serata, nella piazza antistante la chiesa del Carmine in Corso Manfredi, con l’esecuzione di tre celebri brani lirici: Guglielmo Tell, La Forza del destino e la Traviata. Dei due camion, uno era dotato di doppie ruote posteriori, l’altro era normale. Su entrambi avevano preso posto una cinquantina di musicanti con i rispettivi strumenti. I due camion partirono verso le ore 17.00 da Molfetta alla volta di Manfredonia.
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Il Signor Fiorentini Raffaele, all’epoca componente di quella banda (suonatore di tromba in mi bemolle), oggi ottantenne, così rievoca i momenti drammatici della tragedia: « Al calar del sole , ad una distanza di circa tre chilometri da Manfredonia, coloro che erano seduti sul camion normale, avvertirono un cedimento della ruota destra posteriore. Tutto ad un tratto l’automezzo si inclinò paurosamente sul fianco destro e si capovolse in un campo agricolo adiacente. L’urlo dei musicanti fu unanime a quella improvvisa tragedia. La morte rapì la vita di tre musicanti: Mauro Altizio (clarinetto-quartino) di anni 11, Giuseppe Breglia (clarinetto) di anni 40, Sebastiano Rotondella (flauto) di anni 36.
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Ci furono altresì diversi feriti che furono portati, con mezzi di fortuna, al più vicino ospedale, mentre altri componenti riportarono un forte shock traumatico. L’autista con il Maestro Inglese, seduto al suo fianco nella cabina di guida, rimasero illesi.
Io seduto a fianco di mio padre, Nicola Fiorentini, timpanista, ero su quel camion. Avevo quattordici anni. Ne uscii indenne come pochi altri e cercai mio padre, sanguinante. Tutto attorno sembrava un campo di battaglia. Sembravano tutti morti. In poco tempo arrivarono i soccorsi. Una gru sollevò il camion ribaltato ma per i tre malcapitati non ci fu niente da fare. Erano morti schiacciati dal peso del motore che si era inclinato nella cunetta. Ovviamente le festa non si fece più; Manfredonia si ammantò a lutto. La banda non si sciolse e continuò i suoi concerti l’anno successivo; volle tornare ancora a Manfredonia per suonare in ricordo dei colleghi morti nella tragedia. Al braccio ogni componente portava una fascia nera in segno di lutto».
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I funerali delle tre vittime fu celebrato il lunedì successivo (16 luglio) in Cattedrale, dal Vescovo mons. Achille Salvucci, il quale chiuse la sua omelia con queste parole: «Noi tutti ci stringiamo a voi familiari in questa terribile disgrazia. Purtroppo chi scompare improvvisamente ci lascia sgomenti e prostrati nel dolore. Coraggio, miei cari; la speranza che le anime di questi tre sfortunati concittadini siano tra le braccia di Dio, vi dia conforto in questo doloroso momento. Il nostro cuore è con voi». Alla cerimonia funebre era presente una folla enorme che voleva rendere l’ultimo omaggio ai tre bandisti.
Sapere chi fossero e cosa facessero in vita non è cosa facile. Sebastiano Rotondella aveva atri due fratelli che suonavano nella stessa banda: Corrado (pistonino) che rimase illeso e Giuseppe (sassofono) che riportò una frattura al braccio. Mauro Altizio era accompagnato dal padre, Pasquale, pure lui musicante (trombone) nella banda.
Giuseppe Breglia era un uomo perseguitato dall’avversa sorte, come ci racconta una sua nipote, Signora Angela Ortiz, molfettese residente a Bari (vedi “Molfetta Nostra” di ottobre-novembre 2002): «Breglia Giuseppe era rimasto orfano dei propri genitori molto presto. A 24 anni sposò una bella e brava giovinetta che purtroppo morì con una broncopolmonite a soli 22 anni, dopo due anni di matrimonio, lasciando una bimba di soli otto mesi. Dopo dieci anni di vedovanza mio zio si risposò ma, dopo due anni, gli morì di tubercolosi la seconda moglie, lasciandogli un figlio. Dopo pochi anni si risposò per la terza volta, ma questa volta ad andarsene fu lui in quel tragico 14 luglio 1945. Lasciava un’altra bambina che rimase con la terza moglie, la quale portava in grembo un’altra creatura destinata a non conoscere mai il padre. Era un bravo ebanista, amava molto la musica, suonava nella banda il primo clarino. Lavorava in un laboratorio di ebanisteria del maestro Corrado Nappi. Quel laboratorio occupava una piccola ala di quello che era una volta il palazzo Cappelluti, situato in un vicolo senza uscita a destra del grande androne del palazzo. A piano terra di quel palazzo lo scultore Giulio Cozzoli lavorava e scolpiva i suoi capolavori. Molte volte l’artista si recava nel laboratorio di ebanisteria, che era a pochissimi passi dal suo studio, per scegliere tra gli operai qualche giovane che potesse fargli da modello nelle sue sculture. Mio zio diceva spesso: “Quel soldato del Monumento ai Caduti sono io”, “Gesù Morto in grembo alla Madonna sono io”. Ero piccola e non capivo. Ho capito molto tempo dopo che quella tristezza che si vede nel soldato del Monumento ai Caduti, quel dolore scolpito sul volto della Vergine che regge sulle sue ginocchia il corpo di Cristo Morto, lo avevano sempre accompagnato nella sua intensa e breve vita».
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La marcia funebre “Tramonto Tragico” fu eseguita per la prima volta nelle processioni della settimana santa del 1946. Un esame del componimento funebre, contrassegnato nei libretti dell’Arciconfraternita della Morte con il numero 6, mette in evidenza come dalle prime due battute traspare un netto realismo, la simulazione del movimento del mezzo che trasportava la banda, compito affidato e svolto dai flicorni contrabbassi prima e bassi poi, rafforzati da un ostinato cromatismo affidato agli strumenti (piccolo in La bemolle, piccolo in Mi bemolle ecc.) che accentuano la complessa idea della tragedia. La composizione si evolve con il trio in La bemolle maggiore, avvincente e originale, e il finale, nel quale viene ripreso il tema iniziale che viene esaltato da un tragico “fortissimo”.
Come concludere questo articolo? Tragedie come questa non vanno dimenticate e ci insegnano a essere pronti e preparati a tutto, anche alla morte, con cuore saldo e sicura fede.
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* Testo e foto a cura del prof. Cosmo Tridente.

sabato 28 novembre 2009

100.000 visite a "La mia Settimana Santa" in ventisei mesi

Oggi, alle ore 17.00, questo sito ha raggiunto il grande traguardo delle 100.000 visite.
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Non avrei mai immaginato, in quel 29 ottobre 2007, che una cosa nata per svago solo ed esclusivamente personale, sarebbe diventata quasi un appuntamento quotidiano per tanti amici e cultori dei riti della Settimana Santa.

Questo mi incoraggia ad andare avanti, nella ferma convinzione che di queste tradizioni, affinchè siano raccontate e tramandate nella maniera corretta, che vede sempre al centro la loro matrice religiosa, debbano occuparsene solo quelli che io chiamo "gli addetti ai lavori".

Non può ergersi a "maestro" in questo campo chi , ad esempio, non è credente o è addirittura ateo, come in altre realtà mi è capitato di notare.
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* Testo di Franco Stanzione.

venerdì 27 novembre 2009

Il “ti - tè” emoziona la fiera Aurea di Foggia


A volte da piccole intuizioni possono nascere grandi eventi.

E' il caso del "Progetto Settimana Santa" che nel 2006 ha realizzato, su mia esplicita richiesta, la Associazione Opera di Molfetta.

Infatti, considerando che fino ad allora, quando si parlava di Settimana Santa in Puglia, si parlava solo di Taranto, mi rivolsi all' ormai carissimo amico Gaetano Armenio, con la richiesta di elaborare un progetto finalizzato alla promozione delle tradizioni dell' Arciconfraternita della Morte, essendone io il Priore, giacchè ho sempre ritenuto che la Settimana Santa molfettese non è seconda a nessun' altra e merita di essere conosciuta (comunque, ognuna con la sua caratteristica, le "Settimane Sante" sono sempre belle dappertutto).

Partendo da questa premessa, quell' iniziale progetto che nelle mie intenzioni vedeva solo la promozione della Pasqua molfettese ed in particolare dell' Arciconfraternita della Morte, è giunto oggi, attraverso i successi di "Settimana Santa in Puglia" dell' ultimo triennio, alla sua quarta edizione, che è stata presentata ieri a Foggia dove, dal 26 al 29 novembre, si sta svolgendo "AUREA", la borsa del turismo religioso.

Ieri infatti, alla presenza del presidente della Regione Puglia On. Nichi Vendola, il progetto "Settimana Santa in Puglia" ha avuto come cornice la esibizione della bassa musica di Molfetta che, girando tra gli stands della Fiera, ha eseguito il famoso ti - tè che precede tutte le processioni della Settimana Santa molfettese.
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E' chiaramente un grosso motivo di soddisfazione per Molfetta, che è ormai capofila del progetto, e in fondo per me, che quattro anni fa ho avuto l' intuizione di promuovere fuori dell' ambito cittadino le nostre tradizioni della Settimana Santa.
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RASSEGNA STAMPA
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* Testo di Franco Stanzione.
* Foto tratta dal web.

domenica 15 novembre 2009

La Pietà

Non certamente da me sollecitato, il prof. Cosmo Tridente conclude quest' altro suo pregevole scritto con un lusinghiero apprezzamento del mio operato come Priore dell' Arciconfraternita della Morte; di ciò lo ringrazio vivamente e gli rinnovo la riconoscenza per le sue ricerche volte a diffondere e tramandare le nostre tradizioni locali.
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A cura del prof. Cosmo Tridente.
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Il tema della “Pietà”, ossia la Vergine Madre che accoglie in grembo e contempla il corpo morto del Figlio, ha origini lontane. E’ a questo tipo di raffigurazione che ha fatto ricorso Michelangelo Buonarroti (1475-1564) quando, non ancora venticinquenne, ha portato a compimento una delle sue opere più famose: la Pietà conservata in San Pietro, scolpita nel 1500 su commissione del Cardinale francese Jean Bilhères de Lagraulas, all’epoca ambasciatore di Francia presso la Santa Sede.
La dolcezza della Madre rende amabile il suo dolore, il corpo del Figlio è affranto dai tormenti della passione e dallo strazio del patibolo. Si racconta che uno dei visitatori lombardi recatisi a vedere questo lavoro della Pietà, domandò chi ne era l’autore. Un altro rispose : « è il nostro Gobbo di Milano » (Cristoforo Solari, artista milanese). Michelangelo, che per caso era presente, si sdegnò di questa attribuzione e «una notte vi si serrò dentro con un lumicino, e avendo portato gli scalpelli - così riferisce il Vasari - vi intagliò il suo nome ».
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La Pietà, venerata nella chiesa del Purgatorio, è l’ultima statua che chiude la processione del sabato santo e la tradizione vuole che all’uscita la banda suoni la marcia “Dolor” del Maestro Saverio Calò. Rigorosamente soggetta al rispetto dell’orario, in vista della funzione della Resurrezione, la processione ha termine entro le ore 22 ed è consuetudine che all’ultimo tratto la Pietà venga portata a spalla dai Sacerdoti.
Nel suo progetto di rifacimento delle statue del sabato santo, Giulio Cozzoli non pensò mai di rifare la Madonna nel gruppo della Pietà, cioè la testa, le mai e i piedi, trattandosi di una figura scheletrica ricoperta da una veste. Egli era il primo a rendersi conto di quanto quella statua fosse eccezionale, di come quel volto fosse irripetibile, un’autentica opera d’arte da salvaguardare e trasmettere ai posteri. Pensò invece di plasmare una nuova immagine di Cristo Morto da posare sulle ginocchia della Madonna, anche per ridurre il divario estetico tra la statua della Madre e quella del Figlio (quest’ultima di mediocre fattura).
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Ebbene, subito dopo la Pasqua del 1907, l’Amministrazione della Morte diede incarico ufficiale a Cozzoli di plasmare una nuova statua di Cristo Morto per il gruppo della Pietà. Il giovane autore s’impegnò al massimo delle sue capacità e per questo si portò più volte al Cimitero per studiare i corpi inanimati, nell’abbandono della morte. Dagli schizzi lì fatti, successivamente elaborati e tradotti nel bozzetto definitivo, venne fuori la suggestiva immagine di Cristo Morto che venne portata in processione nella Pasqua del 1908.
Nella figura plasmata da Cozzoli il Cristo, riverso sulle ginocchia della Madre, ha l’atteggiamento immobile di un cadavere, non però la fissità statica, poiché si articola in tre pose riunite: a sinistra il capo arrovesciato, al centro il corpo dall’omero alle ginocchia, a destra le gambe pendenti. Un braccio è disteso sul grembo della Madonna, che ne stringe la mano; l’altro, ricadente all’ingiù, sfiora con l’indice il sandalo materno.

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Le lesioni inferte alla fronte dalla corona di spine, i lividi grumosi delle battiture, le escoriazioni causate alle ginocchia dalle cadute, i fori dei chiodi alle mani e nei piedi, la piaga aperta e sanguinante nel costato dal colpo di lancia, conferiscono alla statua verosimiglianza e compiutezza nei patimenti subiti da Cristo.
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Anche il volto della Madonna, rigato di lacrime, subì un lieve ritocco. Lo scultore volle donargli una più intensa espressione di dolore: un viso di veemente splendore che rappresenta la Vergine al sommo dello strazio, impietrita, come disanimata dalla spada di dolore che la trafigge.
Inoltre, Cozzoli apportò sostanziali modifiche all’intero gruppo. In origine la statua della Madonna stava seduta su una cassa di legno ai piedi della Croce. Il tutto, poi, veniva avvolto nell’ampio manto nero della Vergine, dando l’impressione che la Croce fuoriuscisse dal dorso della Madonna. Il Cozzoli corresse il difetto creando un ampio masso di cartapesta, distante dalla Croce recante la sindone e un reliquiario, su cui far sedere la Madonna.
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Recentemente (ottobre 2009) il vecchio Cristo Morto settecentesco, deteriorato dal tempo, è tornato al suo antico splendore, dopo un restauro operato dai restauratori andriesi Valerio Iaccarino e Giuseppe Zingaro (gli stessi che hanno restaurato le altre statue), su iniziativa del priore in carica, dott. Franco Stanzione.
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A tale proposito mi sia consentito esprimere, come confratello, una mia considerazione personale. Specialmente in questi ultimi tempi, l’Amministrazione uscente, in carica da sei anni, è stata oggetto di una ingiusta e ingiustificata campagna denigratoria da parte di un gruppo di facinorosi confratelli che a volte hanno superato il limite di una civile dialettica. L’amico Franco Stanzione non è un fanatico, non è un presuntuoso, non è un dittatore come potrebbe sembrare agli occhi miopi di alcuni confratelli. Egli è semplicemente un profondo appassionato dei riti e delle tradizioni sella settimana santa che ha il merito di aver operato e agito, durante il suo mandato, unicamente per il bene del pio Sodalizio, lasciando in eredità la realizzazione di una serie di iniziative che nessun’altra Amministrazione può vantare. Pertanto, come diceva il caro Totò, cerchiamo di essere uomini e non caporali, ringraziando, sine glosse, l’amico Stanzione per quello che ha fatto e che rimarrà nella storia dell’Arciconfraternita. Tutto il resto non appartiene alla stessa ma a una dialettica sterile e disfattista che non può minimamente intaccare un venerabile pio Sodalizio qual è quello dell’Arciconfraternita della Morte.
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* Testo a cura del prof. Cosmo Tridente.
* Foto dell' archivio privato del dott. Franco Stanzione.

mercoledì 11 novembre 2009

San Pietro, il battistrada nella processione del Sabato Santo

A cura del prof. Cosmo Tridente.
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«Nei sotterranei della Basilica Vaticana ci sono i fondamenti della nostra fede. La conclusione finale dei lavori e degli studi risponde con un chiarissimo si: la tomba del Principe degli apostoli è stata ritrovata». Così Papa Pio XII diede l’annuncio, a conclusione del Giubileo del 1950, del riconoscimento della sepoltura di Pietro, peraltro attestata da una tradizione antichissima e unanime.
Chi era quest’uomo?Era un pescatore di nome Simone, poi detto Pietro, che viveva a Betsaida ed esercitava il suo mestiere nel lago di Genezaret, chiamato anche Mare di Galilea.
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Sposato e forse vedovo perché nei Vangeli canonici (Matteo 8, 14-15; Marco 1, 29-31; Luca 4, 38-39) è citata solo la suocera, mentre nei Vangeli apocrifi è riportato che aveva una figlia, la leggendaria santa Petronilla.
Spiegare come si sia creato questo rapporto tra San Pietro e Santa Petronilla è una storia assai interessante ma viziata da un singolare errore di interpretazione. Cominciamo col dire che Santa Petronilla era ed è una martire romana, nata a Roma, di famiglia romana, quella dei Flavi, futura progenie di Imperatori. Ella era esattamente la figlia di Tito Flavio Petronio, e la sua appartenenza a questa famiglia romana è testimoniata in modo inconfutabile dal fatto che venne sepolta nel cimitero familiare, quello ancora chiamato di Flavia Domitilla. Insistiamo sulla romanità e sulla genealogia di Santa Petronilla, per smentire, se ce ne fosse ancora bisogno, la secolare tradizione che fa di questa Martire la figlia carnale,
primogenita, dello stesso San Pietro.
Che San Pietro, pescatore di pesci prima di diventare pescatore di uomini, possa aver avuto figli, è una supposizione possibile, dato che il Vangelo ricorda la sua suocera, come sopra detto, e conferma quindi che l'Apostolo aveva moglie. Ma chi fossero questi figli, se pure vi furono, resta ben altra e irresolubile questione. Com'è dunque che all'apostolo venne attri­buita la paternità della discendente dei romani Flavi? Lo si spiega con il fatto che Petronilla, vissuta nel primo secolo cristiano, fu con molta probabilità una convertita da San Pietro, e perciò molti antichi documenti la indicano come « figlia di Pietro », intendendo evidentemente una paternità spirituale.
Nel far Petronilla figlia di Pietro (Petrus) giocò evidentemente anche il nome, perché il primo fu ritenuto derivato dal secondo come diminutivo. Invece, secondo le regole del latino, Petronilla è semplicemente il diminutivo di Petronius; come Drusilla è il diminutivo di Drusus; Domitilla lo è di Domitius.
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Il mare di Galilea oggi
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Ma torniamo all’apostolo Pietro. Egli fu tra i primi apostoli alla sequela del Redentore. Così cita il vangelo di Marco (1,16-18): “Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito, lasciate le reti, lo seguirono”. D’allora in poi Pietro non lasciò più il Maestro. Lo seguì in tutte le sue peregrinazioni, in tutte le tappe dei suoi viaggi, ascoltò le sue predicazioni alle folle, assistette ai miracoli che costellarono l’annuncio della “buona novella” durante gli anni della vita pubblica di Gesù.
Personalità complessa, d’immediata e istintiva determinatezza, Simon Pietro emerse nel gruppo dei dodici con eminente supremazia, fino a diventare il capo, la guida della Chiesa nascente, il primo della lunga serie di Papi che da oltre duemila anni reggono le sorti della religione cattolica. Assai noto è l’episodio di Cesarèa di Filippo. Situata a nord della Galilea, vicina alle sorgenti del Giordano, ai piedi del monte Ermon, si chiamava Panion ma Filippo, uno dei figli di Erode il grande, la ingrandì e la chiamò Cesarèa, in omaggio a Cesare, imperatore romano. In questa località Gesù si recò con i suoi discepoli, forse per cercarvi un po’ di silenzio e di quiete nella sua vita movimentata e spesso assediata dalle folle. E qui, a un certo punto, Gesù fa una specie di inchiesta tra i suoi discepoli su ciò che si pensava di lui: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Le risposte sono varie (Geremia, un profeta…), dopo di che Gesù pone la domanda impegnativa: “Voi chi dite che io sia?”. Per tutti risponde Pietro con una perfetta professione di fede: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Gesù approva pienamente la risposta di Pietro e gli affida la missione di reggere la sua Chiesa con le parole che troviamo incise intorno alla cupola di San Pietro: “Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam et tibi dabo claves regni Caelorum” (Tu sei Pietro e su questa Pietra edificherò la mia Chiesa e a te darò le chiavi del Regno dei Cieli) (Matteo 16,13-20).
Ma le circostanze che contribuirono in maniera determinante a definire la natura di Pietro, nelle sue caratteristiche morali, nonché la sua importanza nella storia della redenzione, furono quelle inerenti alla Passione e alla Morte di Gesù. Terminata la cena, durante la quale istituì la Santa Eucaristia, Gesù uscì con gli apostoli per andare al Monte degli Ulivi. Lungo la strada disse loro: “Questa notte voi tutti subirete scandalo a causa mia, poiché sta scritto: Percuoterò il Pastore e saranno disperse le pecore del gregge. Ma dopo che sarò risuscitato, vi precederò in Galilea”. Con il fervore benevolo della sua indole, che però non tenne conto della debolezza dell’umana natura, Pietro insorse: “Quand’anche tutti restassero scandalizzati per causa tua, io non mi scandalizzerò mai!” Gesù gli disse: “In verità ti dico che questa notte, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”. Pietro rispose: “Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò!”.

Come in una sequenza di tragici eventi che si susseguono con nefasta ineluttabilità, scorrono le scene della cattura di Gesù, della masnàda guidata da Giuda Iscariota, il suo trasferimento nella dimora del sommo sacerdote Caifa, dove s’era radunato il Sinedrio al completo con gli Scribi e gli Anziani e infine la scena definita “il rinnegamento di Pietro” che connota il personaggio dell’apostolo con un segnale di riconoscimento universale..
Nella descrizione di questa scena, i quattro Vangeli sono pressochè uniformi. Pietro segue da lontano Gesù che, legato come un malfattore, viene condotto al palazzo del sommo sacerdote. Si ferma nell’atrio dell’edificio, allo scoperto, dove stazionano i servi e le guardie che, essendo la notte fredda, hanno acceso un fuoco per riscaldarsi. Una serva, visto Pietro che se ne stava accanto al fuoco a scaldarsi, gli si avvicina e gli dice: “Anche tu eri con Gesù, il Galileo”. Ma egli nega dicendo: “Non so quel che tu dici”. Vistosi scoperto, si dirige al vestibolo per uscire, ma un’altra serva lo segnala alle guardie dicendo: “Costui era con Gesù, il Nazareno”. Pietro nega nuovamente: "Non conosco quest’uomo”. Presso la porta, altri interloquirono: “Certamente tu sei di quelli venuti con Gesù dalla Galilea; infatti, anche la tua parlata ti dà a riconoscere”. Pietro impreca e giura: “Io non conosco quell’uomo”. E il canto del gallo si alza alto, nella notte. Pietro ricorda le parole di Gesù: “…questa notte, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”. E, uscito fuori, piange amaramente.

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In questo atteggiamento di sgomento lo rappresenta la statua che raffigura San Pietro e che è la prima ad iniziare il corteo processionale del sabato santo. La vecchia statua di San Pietro, portata per la prima volta in processione nel 1842 dalla Confraternita del Carmine, era stata ricavata da una preesistente statua di S.Giuseppe, asportando Gesù Bambino dalle braccia e mutandone la positura, con la mano destra alla fronte, nel sovvenimento di aver rinnegato il Maestro, e la mano sinistra distesa sul gallo, quasi a imporgli di tacere. Vivaci i colori delle vesti: verde la tunica, giallo il mantello. La statua raffigurava un uomo anziano, mentre in realtà l’apostolo aveva un’età pari o di poco superiore a quella di Gesù, con la barba grigia e un’ampia calvizie. Era particolarmente cara ai Molfettesi per diversi motivi: innanzitutto per la presenza del gallo che con il suo muto chiccirichì era un divertimento per i bambini che, durante il percorso precessionale, gli facevano il verso, incitandolo a cantare. In secondo luogo per la calvizie del santo che veniva paragonata alla “tigna”, malattia parassitaria estremamente contagiosa che a quell’epoca, per l’arretratezza di igiene, colpiva molti bambini del centro storico, per cui sulla pelle arrossata delle loro testa erano vivibili chiazze di diradamento dei capelli. Per questa similitudine, il Principe degli apostoli era chiamato “il tignoso”, appellativo che non voleva essere offensivo, bensì di familiare confidenza, fino a considerare il santo il “protettore dei tignosi”. In terzo luogo, San Pietro era la prima statua che apriva la processione per cui la gente lo considerava come una specie di battistrada: efficiente, solerte e – per molti meriti – guardiano fidato di una sfilata di donne sole (La Veronica, Maria di Cleofa, Maria Salome, Maria Maddalena) in giro di notte per la città.
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Inoltre, quella mano alla fronte, in epoca di acceso nazionalismo, sembrava un saluto militare, un costante “signorsì” ad ordini superiori. Come pure nelle prolungate rientrate processionali alle dieci del mattino, con il sole già alto, pareva un gesto per farsi solecchio o strizzare l’occhio al traguardo finale, come a chiedersi: “Ma quando arriviamo?”.
Sotto il priorato di Sallustio Luigi fu commissionata al Cozzoli una nuova statua di San Pietro. L’opera fu terminata nel 1948, essendo priore De Robertis Giovanni (1° componente Panunzio Michele, 2° componente Sallustio Corrado). La nuova statua presenta caratteristiche iconografiche differenti rispetto alla vecchia statua: San Pietro non più calvo e meno anziano, con la mano non più portata alla fronte ma tra la guancia e l’orecchio sinistro per accentuare la sorpresa al momento del canto del gallo; la gamba destra è piegata con il piede posato su un gradino del pretorio del procuratore romano Pilato. Tutta la figura è particolarmente curata nei dettagli anatomici ed esprime tutta la drammaticità del momento. Si dice che per plasmare il petto del santo fu usata cartapesta ricavata da fogli dell’Osservatore Romano. Anche il gallo che si ammira accanto alla statua dell’apostolo, si dice che richiese uno studio attento su un esemplare allevato in contrada S. Martino.

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Orbene, quando il sabato santo del 1948 uscì per la prima volta in processione la nuova statua di San Pietro, il simulacro sconcertò e deluse la popolazione molfettese. Ci si chiedeva: “Ma questa statua rappresenta proprio San Pietro?”. “Quest’uomo sulla quarantina, dalla folta barba che cominciava a incanutire, dagli occhi spiritati, con una mano all’orecchio, quasi volesse tapparselo per non sentire il canto funesto del gallo, può essere che sia proprio San Pietro?”.
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Il risentimento della gente non si placò, tanto era forte l’attaccamento alla vecchia statua. Certe dichiarazioni popolari contro la nuova opera del Cozzoli ebbero il sarcasmo dissacratorio d’irruenti libelli: “Chi lo digerisce il nuovo San Pietro?”. “Pare uscito da trent’anni di galera!”. “Sembra Spiridione il greco!”. Costui, per chi non lo sapesse, era uno dei personaggi caratteristici che hanno animato la vita cittadina nel passato. Uomo basso e tarchiato, con una lunga barba incolta e con una gamba più corta dell’altra. Di professione faceva il facchino e non aveva una fissa dimora; normalmente dormiva in un casotto sul porto. Quando scendeva dalla stazione lungo Corso Umberto, i ragazzi, nel vederlo con una valigia sulla spalla, gridavano al suo indirizzo: “Spredeiòene, cé óere è?” (Spiridione, che ora è?) dando loro stessi la risposta: “…l’ùne é mézze!” (l’una e mezza), facendo riferimento alle sue gambe: una normale (l’una) e l’altra più corta (mezza).
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Poi, come succede, il trascorrere del tempo placò gli animi, fece impallidire nella memoria l’immagine del vecchio San Pietro. Del resto, migliorate le condizioni igieniche, di tignosi a Molfetta non ce n’erano più.
I portatori della statua appartengono alla Confraternita dell’Assunta e indossano: camice e cappuccio bianchi, mozzetta bianco-crema con fiorellini sparsi rosso-bruno e cingolo con fiocco color vino, al collo laccio del medesimo colore con piastra di metallo riproducente la Madonna Assunta in Cielo.
Nell’agosto del 2009 la suddetta Confraternita ha solennemente celebrato il bicentenario (1809-2009) della statua lignea della loro titolare, scolpita dallo scultore napoletano Francesco Verzella, con vari appuntamenti religioso-culturali e con uno speciale annullo filatelico.
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* Testo a cura del prof. Cosmo Tridente.
* Foto di Franco Stanzione.

martedì 10 novembre 2009

Omaggio a don Michele Carabellese

Questa mattina è terminato il lungo cammino terreno di Mons. don Michele Carabellese, decano dei sacerdoti di Molfetta ed indimenticabile Padre Spirituale dell' Arciconfraternita della Morte per tantissimi anni; aveva 99 anni.
Infatti Don Michele è stato Rettore della Chiesa del Purgatorio per ben due volte, dal 1° marzo 1938 al 19 gennaio 1946 e dal 1° ottobre 1961 al 20 ottobre 1974.
Quando nell' ormai lontano Venerdì di Passione del 1970 sono diventato confratello dell' Arciconfraternita della Morte, erano presenti alla mia "Vestizione" don Michele, come Padre Spirituale, e Saverio Minervini, altra "mitica" figura di Priore di altri tempi.
Don Michele aveva compiuto da pochissimi giorni il 75° anniversario del suo Ministero Sacerdotale, esattamente il 3 novembre appena trascorso e nella Chiesa del Sacro Cuore gli si erano stretti intorno i parenti, gli amici e tutti i sacerdoti della Diocesi per festeggiarlo dopo la celebrazione della Eucarestia.
Riporto qui sotto il link dell' intervista a lui rivolta in quella occasione gioiosa dalla Redazione de "Il Fatto".
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cliccare sull' immagine per vedere il video
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A pochissimi giorni dalla sua morte don Michele, attraverso questa intervista, ci ha lanciato una grande esortazione: "Essere gioiosi in Cristo".
Mai come oggi bisogna fare tesoro di queste semplici parole; in un mondo "terribile" come quello odierno l' unica vera felicità e l' unico conforto possono venire solo da Gesu Cristo ... mai lasciarsi andare allo sconforto anche nei momenti peggiori, se si è sicuri che c' è Lui.
E Lui c' è sicuramente.
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Voglio ricordare don Michele Carabellese attraverso alcune foto che gli ho scattato il 31 marzo del 2006, mentre celebrava la S. Messa nella Chiesa del Sacro Cuore, in una mattina del Settenario della Addolorata.
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Ero lì per fare un servizio fotografico sulla statua della Addolorata che fino al 1957 è andata in processione e fu poi "prestata" dall' Arciconfraternita della Morte alla Parrocchia del Sacro Cuore il 30 giugno 1962.
E' bello ricordare don Michele ritratto accanto a quella Immagine di Maria SS. Addolorata che, per tanti anni, ha accompagnato in processione per le vie di Molfetta, come Padre Spirituale dell' Arciconfraternita della Morte.
Don Michele, tutti i confratelli della Morte che Ti hanno conosciuto ti ricorderanno per sempre con tanto affetto, ma Tu, ora che sei vicino a Lei, la vera Maria SS. Addolorata, ricordale sempre di vegliare sulla Sua Arciconfraternita.
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* Testo e foto di Franco Stanzione.
* Video tratto da http://www.ilfatto.net .

giovedì 5 novembre 2009

Inaugurazione mostra fotografica "Arciconfraternita della Morte dal sacco nero e culto dell' Addolorata" 1° novembre 2009

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Alle ore 18,30 di domenica 1° novembre è stata inaugurata, presso la Chiesa della Morte di Molfetta, la Mostra Fotografica a cura del fotografo tarantino Giuseppe Carucci dal titolo "Arciconfraternita della Morte dal sacco nero e culto dell' Addolorata".
Alla inaugurazione è stato presente un pubblico abbastanza numeroso, a testimonianza di quanto l' argomento "Settimana Santa" sia molto sentito dai molfettesi.
Contrariamente a quanto faccio di solito, non commento questo reportage fotografico, in quanto le immagini parlano da sole.
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* Testo di Franco Stanzione.
* Reportage fotografico a cura di Foto Umberto - Molfetta.