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giovedì 28 febbraio 2008

Chiesa di S. Stefano - 4° Venerdì di Quaresima: Il Calvario

Venerdì 29 febbraio si svolgerà, presso la Chiesa di S. Stefano, la quarta Funzione dei Venerdì di Quaresima, con la esposizione del Calvario.
Nelle foto che seguono, scattate sempre nel 2006, si vede che il Calvario è nuovamente ritornato a S. Stefano. Infatti quell' anno le prime tre Funzioni si svolsero nel Duomo, intanto che i lavori di restauro venivano terminati.















* Testo e foto di Franco Stanzione.

mercoledì 27 febbraio 2008

La processione dei Misteri di Trapani - 10^ parte

Gruppo 9 - LA FLAGELLAZIONE
Opera di autore ignoto
Ceto dei Muratori e Scalpellini
(in passato affidato anche ai Marmorari e Cementisti)


Per ordine di Pilato, con la speranza di placare l'ira degli accusatori, Gesù viene legato ad una colonna e flagellato da due aguzzini.
Con
atto rogato presso il notaio Melchiorre Castiglione il 3 maggio 1620 (corda 9996 - pag.207 recto - AST Trapani), il gruppo anticamente chiamato " Cristo alla colonna ", venne affidato ai murifabbri ai quali si associarono l'anno successivo (atto del 10 aprile 1621, medesimo notaio) i marmorari.
Interessanti sono da considerare i rapporti tra i muratori ed i scalpellini. Secondo recenti studi, la prima unione tra le due categorie fa data al 13 novembre 1598 ed i
Capitoli siglati il 19 febbraio 1645 - atto notaio Francesco Antonio Felice.Successivamente i rapporti tra le due categorie furono tormentati da varie pretese ed iniziarono parecchie controversie tra le quali, quella dei diritti reclamati sulla chiesa dei Quattro Santi Coronati, la sede della corporazione, edificata a seguito di atto notarile dell' 8 novembre 1859 ed ubicata nell'attuale via Nunzio Nasi.
Distrutta in seguito ai bombardamenti del 1943, venne ricostruita dai muratori nel 1947, ed è oggi il punto d'incontro della categoria e sede delle periodiche riunioni dei consoli del gruppo e della caratteristica riunione del Sabato Santo, appena conclusa la processione.
La categoria dei muratori e scalpellini è stata affiancata per brevi periodi anche dai cementisti, che associatisi nei primi anni del '900 al gruppo con l' offerta del pennacchio argenteo del soldato, si assentarono negli anni 20' - 30', per una breve ricomparsa negli anni '60.
L'autore della " Flagellazione " è ignoto, certo è che nel 1860 in seguito ad una rovinosa caduta dei portatori all' ingresso della chiesa di San Nicola, si commissionò ad Antonio Croce il restauro del gruppo. L'artista curò particolarmente il volto del Cristo, la cui sofferenza nel momento in cui viene flagellato da un soldato e da un giudeo, è efficacemente espressa.
Altri restauri furono eseguiti nel 1966 da Giuseppe Cafiero e successivamente negli anni 1987 e 1998.
La categoria dei muratori, tra le più in vista dal punto di vista economico, ha sempre garantito al gruppo una degna processione. Pregevoli sono gli ornamenti del gruppo, tra essi ricordiamo la colonna argentea che si presume possa essere stata realizzata alla fine del 1800; l'aureola d'oro del Cristo realizzata nel 1954 e la spina d'oro che si avvolge alla preziosa colonna argentea, realizzata nel 1988 dall'orafo trapanese Platimiro Fiorenza.
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Foto della fine degli anni '30



Il gruppo della flagellazione


Particolare

Gesù


Particolare

Particolare


Servo

* Testo e foto di Beppino Tartaro
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http://www.processionemisteritp.it/it.htm

“VEXILLA REGIS PRODEUNT”

PROFILO STORICO E NOTA DI FOLCLORE

Pubblico volentieri, su richiesta dell' Autore, l' amico prof. Cosmo Tridente, questo scritto inedito su il "Vexilla Regis Prodeunt", che viene cantato tra una Marcia Funebre e l' altra, dai confratelli di S. Stefano e della Morte, durante le processioni della Settimana Santa a Molfetta.
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Vexilla regis prodeunt”(“Avanza il vessillo del re”) è l’inno ufficiale delle suggestive processioni pre-pasquali che i molfettesi rivivono ogni anno con intensa fede religiosa: processione della Croce (alla mezzanotte dell’ultimo giorno di Carnevale); processione dell’Addolorata (il venerdì che precede la domenica delle palme); processione dei Misteri (il venerdì santo); processione della Pietà (il sabato santo).
Come ha scritto il prof. Dionisio Altamura (“Vexilla Regis Prodeunt”, Mezzina, Molfetta 1983) il sostantivo Vexilla è un plurale poetico di Vexilium-i, che viene tradotto al singolare con il significato di vessillo, bandiera, ossia la Croce, Regis è il genitivo di Rex (Re), cioè di Cristo, il predicato prodeunt (vanno avanti) si riferisce al fatto che la Croce è portata in processione e la precede.
L’inno si compone di sette quartine in lingua latina con le quali si esalta il mistero della Croce (“Fulget Crucis mysterium”) e si conclude con la richiesta alla SS. Trinità, dopo aver levato il canto di lode, di elargire il premio della vittoria della Croce (“Quibus Crucis victoriam / largiris adde praemium”) cioè la vita eterna a tutti coloro che sanno trarre buon frutto dalla Passione di Cristo.
Autore dell’inno è Venanzio Onorio Clemenziano Fortunato (latino:Venantius Honorius Clementianus Fortunatus). Nato verso il 530 a Valdobbiadene (Treviso) di cui è patrono, studiò grammatica e retorica nel pressi di Aquileia e diritto a Ravenna. Quando era studente fu colpito da una grave malattia agli occhi, che lo rese quasi cieco e dalla quale però guarì dopo aver deterso i suoi occhi con l’olio della lampada che bruciava sull’altare di San Martino nella Basilica di Giovanni e Paolo a Ravenna. Per rendere omaggio a questo Santo, Venanzio intraprese un lungo pellegrinaggio verso Tours. A Poitiers conobbe Radegonda, figlia di Berterio, re di Turingia, con la quale strinse una profonda amicizia. Radegonda, sposa di Clotario I, si ritirò alla vita monastica dopo l’assassinio di suo fratello (Clotacario) ad opera di Clotario stesso. Costei fondò un monastero che prese il nome di Santa Croce in seguito ad una reliquia della Santa Croce donata a Radegonda da Giustiniano II, imperatore d’Oriente. Fu in quella occasione che Fortunato scrisse il “Vexilla Regis Prodeunt” e il “Pange lingua gloriosi”, opere che sono riconosciute dalla Chiesa come testi liturgici. Alla morte di Radegonda (587) fu ordinato sacerdote e assunse la direzione spirituale del convento. Nel 597 fu nominato Vescovo. In tutta la sua vita scrisse inni, saggi, elegie funebri, omelie e poesie dedicate alla vita dei Santi, tra cui S. Martino e Santa Radegonda. La morte lo colse il 14 dicembre del 607.
Va detto per inciso che subito dopo la morte di Gesù Cristo, della Croce su cui era stato crocifisso non si seppe nulla per tre secoli. Il fatto è spiegabile: l'orrore che aveva lasciato negli animi la tragedia della Croce; le leggi mosaiche, le quali imponevano che sparisse ogni traccia di supplizio prima della Pasqua; la persecuzione di cui furono fatti oggetto in Gerusalemme gli apostoli e i discepoli del Maestro; la distruzione di Gerusalemme sotto l'imperatore Vespasiano, per opera di Tito suo figlio, sviarono ogni ricerca della Croce.
Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino (306-337), fu la donna, scelta da Dio, per attuare i divini disegni. In una visione, le mostrò il luogo del Calvario dove si trovava la Croce di Gesù. Jacopo da Varagine, nella sua “Legenda aurea” afferma che, dopo aver ritrovato le tre croci, Elena fece mettere un cadavere sulla prima Croce e non accadde nulla, così per la seconda Croce, ma sopra la terza, la salma riprese vita, perciò si conobbe quale fosse la Croce di Cristo, la quale è variamente raffigurata persino nelle bandiere nazionali di sette Paesi membri dell’Unione Europea (Regno Unito, Danimarca, Svezia, Finlandia, Slovacchia, Grecia e Malta).
E a proposito di questo sacro inno, mi sovvien (parola del Carducci) un aneddoto popolare molfettese. Un confratello dal “sacco rosso” di nome Felice (Felìsce), nelle grandi ricorrenze della cristianità, come Pasqua, preferiva consumare a tavola carne di tacchino perché – diceva – “ind’ò vénde u vìcce nén fàsce crapìcce” (nella pancia il tacchino non fa capricci, per la sua elevata digeribilità dovuta alla bassa presenza di grassi e di tessuto connettivo). Poco gl’importava dell’antica tradizione molfettese di mangiare, nel pranzo di Pasqua, u benedìtte cu vredìtte (agnello e brodetto con le uova battute). Ebbene un venerdì santo, mentre la processione di Cristo Morto attraversava, nel buio della notte, via Amente (centro storico), Felice vide, pe chembenézeiòene (per combinazione), un tacchino che era appollaiato in una gabbia davanti ad una abitazione a piano terra e preso da un irrefrenabile istinto famelico (dato che in passato la religiosità comune imponeva una dieta abbastanza frugale per il tempo di Quaresima), se ne impossessò, nascondendolo al disotto del camice color rosso-tabacco, tipico dell’Arciconfraternita di S. Stefano. Si sarebbe rifatto “ad abundantiam” in occasione del pranzo pasquale, pur se forte era il suo desiderio di rompere la tradizionale astinenza dalle carni e seguire l’esempio di un tale buontempone che era stato visto “magnarsi una pignata de turdi (tordi) nel corso della Quaresima del 1606”.
Come e in che modo abbia potuto nascondere il tacchino, non è dato sapere; lasciamo che se ne occupi la fantasia popolare. Sta di fatto che, probabilmente per la scomoda posizione, non riuscì a occultare perfettamente il pennuto. Infatti una zampa fuoriusciva dalla parte sottostante del camice (va detto che il tacchino è un gallinaceo con zampe lunghe ed ali e coda corte). Un amico del confratello, che era in fila dietro di lui, avendo notato la scena del sotterfugio, volle avvisarlo e, salmodiando con i confratelli di S.Stefano che in quel momento elevavano il canto del Vexilla a Cristo Morto, disse cantando:
Felìsce abbasce u chémese / ca se vèiete la cémbe du vìcce” (Felice abbassa il camice, che si vede la zampa del tacchino). Felice capì subito l’antifona e s’affrettò a rassicurare il gentile amico, rispondendo: “Pure é bbùene ca me si avvesàte / ce se nòene avédda lésse arrestate (meno male che mi ha avvisato, altrimenti dovevo essere arrestato) L’arresto, se ci fosse stato, sarebbe avvenuto proprio in quella via il cui toponimo (Amente) prende il nome dalla parola “ammenda”, nel significato di riparazione di reati. Infatti anticamente qui i malfattori subivano la pena della fustigazione come “ammenda” per le loro malefatte.
Ma l’apparente imperturbabilità di Felice non durò a lungo. Infatti, vuoi per il peso (du vìcce) che lo strizzava nel fondoschiena, vuoi per il terrore che qualcuno si accorgesse del misfatto, fatto sta che le sue gambe cominciarono a fare “Giacomo Giacomo”, ad avere cioè la “tremarella”, come cantava Edoardo Vianello negli anni ‘60.
Ragion per cui (sempre intonando con le note del Vexilla), “arrevàte sott’alla pórte / acchemenzàie a fa u fórte” (arrivato sotto la porta, cominciò a ostentare forza). Sott’alla porte è l’incrocio tra le vie Annunziata, tenente Ragno, Domenico Picca e Sergio Pansini, dove si ergeva una porta di accesso alla seconda cinta urbana. In questo sito, nelle prime ore del mattino, si ritrovavano contadini e braccianti agricoli per programmare le loro attività lavorative giornaliere nell’agro molfettese).
Arrevàte ‘nnénz’o Pezzelechéne / acchemenzàie a tremelà la setténe” (Arrivato nelle vicinanze di pozzo dei cani, cominciò a tremare la sottana. Pezzelechéne è la confluenza tra le vie Crocifisso, Giovene e Madonna dei Martiri, dove anticamente in una voragine carsica (capevìende) si gettavano i cani idrofobi).
Arrevàte ‘nnénz’o mecìedde / acchemenzàie a tremelà u acìdde” (Arrivato nelle vicinanze del mattatoio, cominciò a tremare l’uccello). Il mattatoio comunale del 1875, ubicato in via Madonna dei Martiri, oggi è riadattato a mercato rionale).
Non conosciamo la conclusione di questo episodio ma, possiamo supporre che l’incauto Felìsce prima o poi abbandonasse la processione di Cristo Morto e se ne tornasse a casa, onde evitare che u vìcce, stremato dalla sua forzata immobilità, potesse vendicarsi con un abominevole e maleodorante “lascito” corporale. Tutto è bene quel che finisce bene, direbbe il saggio
La mescolanza di sacro e profano in questo scritto non dev’essere ritenuta dissacratoria o menomante la sacralità dell’inno, su cui è impostato l’aneddoto, reale o fantastico che sia, né bisogna ritenere irriguardoso l’aneddoto stesso, conservato in una lunga tradizione orale.
Si sa che il popolo vive il sacro intensamente nel suo svolgersi, ma fuori della funzione sacra s’abbandona ad una sorta di rivivimento ironico del sacro stesso.
Lo testimoniano tutti gli aneddoti su san Pietro, per esempio quello relativo al reperimento del prosciutto (ci a’ppèrse…u presutte) o quello fondato sul miracolo della trasformazione dei sassi in pane, quando Pietro ne prendeva uno piccolo, e dell’adattamento dei sassi a sgabelli, quando Pietro ne prese uno grosso.
Di capacità ironica del popolo abbiamo un’infinità d’esempi. Anche il poeta romano Giuseppe Gioacchino Belli in un suo sonetto suscita il riso con il fraintendimento popolano della frase latina “secundum magnam misericordiam tuam”, in cui il “magnam” è percepito come una voce del verbo “magnà” (mangiare).
L’aneddoto del “vìcce” non è lesivo neanche del nome Felice, perchè a Molfetta molti nomi sono entrati in filastrocche rimaste, senza che si abbia ricordo degli episodi da cui derivano, e pervenute alla nostra conoscenza di ragazzini d’oltre mezzo secolo fa.
Per esempio Giuseppe (O Geséppe / émmìne la ròete / e sùene u cambenìedde e fa abballà le precenìedde); Gaetano (Caiténe Caiténe la paténe ngul’o chéne); Antonio (Éndoneie Éndoneie vu dó òeve: aun’è mémmet’è u alt’a sorete); Lèucio (Sénde Liùzze: nu scarpe e nu spreduzze); Vittoria (Vettoreie vè cachénn’ e vè allecchénne); Giambattista (Gémméttiste nziste nziste fasce le figghie ind’o chénistre); Corrado (Corradì Corradì fa pipì mméz’a la vì); Nicola (Necóele fav’è’ccóele mitte fùeche a la pestòele); Chiara (Chiarìne chiénd’ àgghie e pitrisìne); Donato (Alla case de mèste Denéte / ci éere zùepp’e ci stenéte); Onofrio (Com’è bédde Nofarudde fasce u pìdete e nén disce nudde); Paolo (Paulùcce Paulùcce dalle a vèieve a chèr’a ciucce); Leonardo (Lénérdùcce Lénérdùcce, calzengìcchie e tarallùcce); Anna (E sciùmm’e sciùmm’e sciùmme / cummé Iénne tenéve u sciùmme / e cì nge u avà scazzà / chiéne chiéne cumbà Cherrà) ed altri che non trascrivo per non annoiare il lettore.
Non per quelle filastrocche i molfettesi hanno avuto timore di dare ai propri figli i nomi “cantati” con ironia: Giuseppe, Gaetano, Antonio, Lèucio, Vittoria, Giambattista, Corrado, Nicola, Chiara, Donato, Onofrio, Paolo, Leonardo, Anna, e molti altri ancora. “La parola fa l’uomo libero, parlare è un atto di libertà”, direbbe Ludwig Feuerbach (L’essenza del Cristianesimo).
prof. Cosmo Tridente
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Vexilla Regis Prodeunt
(Il testo originale)
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1. Vexilla Regis prodeunt: Fulget Crucis mysterium,
Qua vita mortem pertulit, Et morte vitam protulit.
2. Quae vulnerata lanceae Mucrone diro, criminum
Ut nos lavaret sordibus, Manavit und(a) et sanguine.
3. Impleta sunt quae concinit David fideli carmine,
Dicendo nationibus: Regnavit a ligno Deus.
4. Arbor decor(a) et fulgida, Ornata Regis purpura,
Electa digno stipite Tam sancta membra tangere.
5. Beata, cuius brachiis Pret(i)um pependit saeculi:
Statera facta corporis, Tulitque praedam tartari.
6. O CRUX AVE, SPES UNICA, Hoc Passionis tempore
Piis adauge gratiam, Reisque dele crimina.
7. Te, fons salutis Trinitas, Collaudet omnis spiritus:
Quibus Crucis victoriam Largiris, adde praemium. Amen.
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* Testo del prof. Cosmo Tridente.

martedì 26 febbraio 2008

Omaggio a don Gaetano Lioy Lupis

Tutti quelli che amano la Chiesa del Purgatorio di Molfetta molto spesso dimenticano, o non sanno, che bella così come appare ancora oggi, ed ancor di più dopo il restauro terminato da poco meno di un anno, è per merito solo ed esclusivamente di don Gaetano Lioy Lupis, il suo ultimo proprietario, prima che l' edificio fosse acquisito alla Diocesi.


Ma chi è don Gaetano Lioy Lupis?

Don Gaetano, nato dal matrimonio dei nobili Michele Lioy e Caterina Lupis (donde l' unione dei due cognomi in Lioy Lupis, per motivi dinastici), nacque nel 1830 e fu Rettore della Chiesa del Purgatorio e Padre Spirituale dell' Arciconfraternita della Morte, dal 3 settembre 1851 al 14 novembre 1920, data della sua morte.
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Nel settantennio in cui resse la Chiesa del Purgatorio, la abbellì di suppellettili quali la balaustra antistante l' altare maggiore, l' organo, armadi vari nella sacrestia e tantissimi arredi sacri di pregevole e raffinatissima fattura, quali paramenti per le varie celebrazioni, tovaglie da altare e tantissime serie di candelieri.
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don Gaetano Lioy Lupis
nel ritratto opera di Liborio Romano
della sacrestia della Chiesa del Purgatorio
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Egli aveva un senso estetico straordinario ed un raffinato gusto per l' arte.

Nella mia esperienza di Priore dell' Arciconfraternita della Morte, tra tanti, ho avuto il privilegio di seguire passo per passo tutto il restauro delle opere d' arte esistenti nel Purgatorio, compresa la tela che su cui, ad imperitura memoria, don Gaetano Lioy Lupis è stato immortalato.

Nelle foto seguenti sono presso la bottega di restauro del Sig. Maurizio Lorenzoni, nella città di Polignano (Bari), l' 8 novembre 2006.

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Un grazie veramente sentito a don Gaetano Lioy Lupis, per tutto ciò che grazie a Lui ci è stato tramandato.
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* Testo e foto di Franco Stanzione.

lunedì 25 febbraio 2008

Due personaggi caratteristici della Quaresima Molfettese

Ringrazio vivamente il carissimo amico prof. Cosmo Tridente, per avermi dato la possibilità di pubblicare sul mio blog, il suo ultimo articolo riportato sull' ultimo numero di "Quindici", rivista mensile su quanto avviene a Molfetta.
In quello che segue si parla, oltre tutto, di due persone a me molto care, che per anni hanno prestato la loro opera nelle due Arciconfraternite della Morte e di S. Stefano, delle quali sono confratello.
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N.B. nel lessico dialettale la “e” non accentata non va letta.

Il primo è Berardino Claudio, alias Vardìnë (classe 1906), morto il 3-1-1990, che operava come sacrista (sagresténe) nella chiesa del Purgatorio ove ha sede l’Arciconfraternita della Morte dal Sacco Nero. Era il decano dei sacristi molfettesi, un po’collerico per carattere, che si vantava di continuare l’attività del suo bisnonno.
Gerardo de Marco (“Molfetta Nostra”, febbraio 1978) così lo descrive:«Conosceva tutto dell’Arciconfraternita e della vecchia Molfetta e su un grosso brogliaccio scriveva appunti, note, memorie, fatti corredati da ritagli di stampa. Questo libro, diceva, sarà donato alla Biblioteca Comunale “Panunzio”, dopo la mia morte. A sera inoltrata del martedì di Carnevale, prima che si avviava la processione della Croce, appariva Vardinë sul sagrato del Purgatorio per impartire le necessarie istruzioni ai portatori, a quelli delle torce e finanche o tèmmurre. La sua attività si rispecchiava puntualmente in determinati giorni della Quaresima, quando era alle prese con il settenario dell’Addolorata e per allestire il sepolcro, operazione che richiedeva impegno nel sistemare le statue, ceri votivi, fiori, drappi. Preferiva lavorare da solo, senza introduzione di chicchessia. In tali occasioni egli indossava un camice nero (n.d.: un po’ sudicio) e legato alla cintola portava un rumoroso mazzo di chiavi».
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Man mano che la statue uscivano in processione dalla chiesa del Purgatorio, lui era sempre in primo piano con le braccia aperte e le mani avvinghiate ai pomi anteriori delle “stanghe” per imprimere l’andatura ai rispettivi portatori, con i quali a volte si scontrava verbalmente fino ad arrivare a “ci si tàue e ci sò àie”(chi sei tu e chi sono io), dato che per loro, in quel momento, costituiva un intruso. Ricordo, infatti, il sabato santo del 1961, quando all’uscita della statua di Maria di Cleofa (o Cleofe o Cleopa), il priore pro-tempore dell’Arciconfraternita della Morte, Giuseppe Tridente (mio zio), dovette intervenire per sedare un vivace alterco tra i portatori (appartenenti alla Confraternita della Purificazione) e il sacrista: “Vardìnë lìevete dé nénz a le pìete ca ne dè fastìdeie! (Vardìnë togliti dai piedi che ci dai fastidio!)-dicevano i portatori-. “Cé dè ca si dìtt, veseràie? Mó ve fazze trasàie ind’alla chiéseie (Purgatorio) e ve fazze assàie comm’a le cresteiéne, quénd’évvéiere Crìste ca né zò dégne de nemené! Che mèieche avàit’a felà dritte!” (Cosa hai detto, vossignoria? Ora vi faccio rientrare in chiesa e vi faccio uscire come i cristiani, quanto è vero Cristo che non sono degno di nominare! Con me dovete filare diritto!)- replicò indignato e tutto rosso in viso, Vardìnë, attivamente impegnato perché tutto potesse procedere nel massimo ordine-. “Segnerì nèn fè pegghià pagàure a nesciàune! Sè cé ddìsse Pezzarìedde? – A ci ngiu càche!” (Tu non fai paura a nessuno! Sai che disse Pizzarello? – Chi se ne frega!) fu la risposta, decisamente triviale, dei portatori i quali dovettero nervosamente sottostare alle sue direttive, portando fuori dalla chiesa del Purgatorio uno degli otto capolavori del Cozzoli, ivi venerati.
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Il secondo personaggio è Giovanni Camporeale, alias Giovénnë (classe 1930), tuttora vivente, sacrista della chiesa della SS. Trinità (meglio conosciuta come chiesa di S.Anna dal nome della santa ivi venerata) e dell’attigua chiesa di S.Stefano (la parrecchiédde), ove ha sede l’omonima Arciconfraternita dal Sacco Rosso. Da oltre 60 anni si dedica con passione a preparare le liturgie, cantare gli inni delle novene in onore di S. Anna e della Visitazione di Maria SS. e a ciò che tutti i molfettesi attendono per un anno: la Quaresima, il sepolcro e le processioni della Settimana Santa. Nella chiesa di Santo Stefano ha allestito circa 50 sepolcri con i cinque Misteri ivi custoditi dando ad ognuno allestimento e significato diversi. Sua è anche una collezione di statue a soggetto sacro, pregevole raccolta di artigianato locale che va dai primi del ‘900 fino agli anni ’50. A lui si devono molti meriti, ma quello più grande è stato, grazie al suo carattere gioviale, quello di aver convinto molta gente a praticare il culto e la devozione ai Santi. La prova di ciò è il considerevole numero di associati alla Confraternita della Visitazione, in gergo sesserrìste (sussurranti, nel senso di riservatezza e di discrezione che un tempo caratterizzava il sodalizio), per la quale si è adoperato per circa 45 anni, recandosi alle case dei confratelli per riscuotere le annualità del pio sodalizio. La storia delle Confraternite e delle tradizioni popolari molfettesi, sono i suoi grandi interessi durante il tempo libero.
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Negli ultimi tempi, per motivi di salute, Giovénnë ha dovuto rinunziare alla sua attività di sacrista per cui non lo vediamo più, com’era consuetudine, seduto tranquillo e affabile accanto alla porta della chiesa di S. Anna a conversare con amici e conoscenti, in attesa che iniziassero le sacre funzioni. Ci rammarica che con la sua uscita di scena si perdono ricordi, curiosità, fatti e personaggi che egli, calmo e serafico, raccontava a chi ama la cultura popolare e religiosa di Molfetta.
Si tratta di due miti che fanno parte della “galleria” dei personaggi tipici d’una vita spirituale di paese, di due persone che hanno davvero amato con il loro servizio “la casa dove dimora il Signore e il luogo dove abita la sua gloria”(dal Salmo 25,8).
Per le notizie sul sacrista Giovanni mi sono avvalso della collaborazione del figlio, Cosma Damiano Camporeale, al quale va la mia gratitudine. Un doveroso ringraziamento rivolgo altresì al dott. Francesco Stanzione, Priore dell’Arciconfraternita della Morte, per avermi messo a disposizione alcune foto del 1973, tratte dal suo archivio, in cui si riconosce Vardìnë.

Cosmo Tridente


* Testo del prof. Cosmo Tridente, pubblicato su "Quindici" di febbraio 2008.

domenica 24 febbraio 2008

Il Pio Esercizio a Maria S.S. della Pietà nella Chiesa del Purgatorio di Molfetta - 3^ domenica

Presso la Chiesa del Purgatorio si è svolta questa sera la terza Funzione del Pio Esercizio a Maria S.S. della Pietà.
Consueto grande afflusso di fedeli e diverso addobbo floreale, questa volta di rose bianche.
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* Testo e foto di Franco Stanzione.

sabato 23 febbraio 2008

La Settimana Santa in Abruzzo - 1^ parte

SULMONA: Processione del Venerdì Santo.
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Le manifestazioni pasquali di Sulmona hanno origini remote e si pensa siano delle versioni, adattate al Cristianesimo, di antichi riti pagani, eseguiti all'inizio della primavera per auspicare buoni raccolti e pace duratura. Le processioni sulmonesi sono organizzate da due diverse Confraternite: la SS. Trinità (http://www.arciconfraternitasstrinita.it/), che organizza la Processione del Cristo Morto nella sera del Venerdì Santo, e quella di S. Maria di Loreto o "della Tomba" (http://www.madonnachescappainpiazza.it/), che si occupa della "Madonna che scappa in piazza" nella mattina della Domenica di Pasqua. Le rivalità tra le due Confraternite è stata sempre molto accesa cosicché ognuna organizzava separatamente la propria rappresentazione nei limiti dei propri territori parrocchiali. Poi col passare degli anni si è giunti all'attuale sistemazione che prevede una sorta di passaggio di consegne tra i confratelli. La Processione, detta anche del Cristo Morto, vede la partecipazione di centinaia di confratelli vestiti del tradizionale saio rosso, simbolo della fiamma della carità, adornato dal soggolo bianco (un panno che dal collo scende sul petto) di derivazione spagnola e da una placca (una sorta di medaglione) più o meno grande a seconda dell'importanza di colui che l'indossa. Il corteo esce dalla Chiesa della SS. Trinità alle sette di sera (in realtà vi è un tradizionale e compiaciuto ritardo da parte del corteo) preceduto da una banda di ottoni che suona celebri marce funebri. La lunga fila percorre le principali strade cittadine con una precisa disposizione che prevede all'inizio un quadrato di lampioni con al centro il "tronco", una croce rivestita di velluto rosso con ornamenti d'argento.
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Seguono una schiera di lampioni che procedono appaiati ai bordi della strada, chiusa da un gruppetto di bambini con i simboli della Passione. Dietro di essi segue il coro, composto da 120 cantori tripartiti in tenori, baritoni e bassi, che esegue vari tipi di Miserere: è una delle parti più spettacolari della processione e per questo motivo i posti da corista sono tra i più ambiti. Subito dietro, il sacerdote precede la bara del Cristo Morto, seguita dalla statua della Vergine, vestita di un panno nero che lascerà solo nel momento della "corsa" in piazza della domenica.




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Conclude il corteo il gonfalone della città e le rappresentanze delle autorità civili, militari e religiose, nonché un certo numero di fedeli. A tarda sera il corteo rientra nella chiesa della SS. Trinità dopo una sosta sul sagrato della Tomba e l'attraversamento del Corso, gremito di folla.
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Domenica di Pasqua: la Madonna che scappa

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Filmato d' epoca







* Testo tratto da http://www.eventiesagre.it .

* Filmati tratti da You Tube.

venerdì 22 febbraio 2008

Chiesa di S. Stefano - 3° Venerdì di Quaresima: Cristo alla canna

Si celebrerà questa sera, presso la Chiesa di S. Stefano, a cura della omonima Arciconfraternita, la Funzione dedicata al 3° Mistero, ovvero il del Terzo Venerdì di Quaresima.

Nelle foto che seguono, realizzate tutte nel 2006, quando la chiesa di S. Stefano era chiusa per restauro e l' Arciconfraternita era ospitata nel Duomo, si vede la bellissima statua cinquecentesca dell' Ecce Homo, che a Molfetta preferiamo chiamare "Cristo alla canna".
















Anche questa questa Funzione vede la partecipazione dell' Amministrazione della Confraternita a cui è affidata la statua di Cristo alla canna durante la processione del Venerdì Santo; si tratta della Confraternita di Maria S.S. della Purificazione.

* Testo e foto di Franco Stanzione.