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Online da lunedì 29 ottobre 2007


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mercoledì 23 maggio 2018

La Settimana Santa a Bitritto (BA)

Sul sito La mia Settimana Santa, nella sezione dedicata a La Settimana Santa in Puglia, ho pubblicato una scheda monografica su


* Testo a cura del dott. Francesco Stanzione.
* Foto tratte dal web.

giovedì 17 maggio 2018

Il Venerdì Santo ad Ortona (CH)

Sul sito La mia Settimana Santa, nella sezione dedicata alla Settimana Santa in Abruzzo, ho pubblicato una scheda monografica su



* Testo a cura del dott. Francesco Stanzione.
* Foto tratte dal web.

domenica 6 maggio 2018

La Settimana Santa a Putignano (BA)

Sul sito La mia Settimana Santa, nella sezione dedicata alla Settimana Santa in Puglia, ho pubblicato una scheda monografica su



* Testo a cura del dott. Francesco Stanzione.
* Foto tratte dal gruppo facebook "La Settimana Santa a Putignano".

mercoledì 28 marzo 2018

Di chi è il teschio rappresentato nello stemma dell’Arciconfraternita della Morte?


Ho ricevuto, e volentieri pubblico, quanto inviatomi dal carissimo amico Sergio Pignatelli, già Priore della Ven.le Confraternita di Sant'Antonio da Padova in Molfetta.
 

Pubblico questo breve articolo sulle pagine del blog dell'amico Francesco Stanzione a titolo di stima reciproca e per ringraziarlo del continuo supporto verso il sodalizio antoniano molfettese di cui faccio parte e del quale sono anche stato umile priore.


Generalmente il simbolo della morte nella società contemporanea e non solo è quasi sempre stato rappresentato da un cranio umano e da due tibie incrociate (in inglese skull and crossbones). E' un simbolo diffuso in molti contesti ed è spesso usato anche per rappresentare il pericolo di morte. Basti pensare alle sostanze tossiche o al trasporto di merci pericolose. Anche il Jolly Roger, la bandiera tradizionale dei pirati americani ed europei, conteneva questo simbolo allo scopo di terrorizzare le vittime e costringerle alla resa. Molti cimiteri, soprattutto spagnoli, utilizzavano all'ingresso questa simbologia. Va da sé, che per i motivi appena citati, molte persone sono portate a credere che lo stemma dell'Arciconfraternita della Morte sia appunto un generico cranio umano con due tibie incrociate a simboleggiare il trapasso della vita umana

In realtà lo stemma dell'Arciconfraternita è leggermente più complesso perché oltre ai simboli già menzionati è presente anche una piccola croce che si incastona sulla parte superiore del cranio. Un dettaglio non da poco perché permette di dare un'interpretazione completamente differente allo stemma

Facciamo un passo indietro. Gesù Cristo viene crocifisso in un luogo denominato Calvario (da latino Calvarium) o Golgota (dall'aramaico gūlgūtā). In entrambi i casi il luogo fa riferimento ad un cranio. Gli evangelisti stessi ci tengono a sottolineare che il luogo della crocifissione è appunto "il luogo del cranio": nel Vangelo secondo Matteo «Giunti a un luogo detto Gòlgota, che significa luogo del cranio» (Matteo 27,33), nel Vangelo secondo Marco «Condussero dunque Gesù al luogo del Gòlgota, che significa luogo del cranio» (Marco 15,22), nel Vangelo secondo Luca «Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra» (Luca 23,33) e nel Vangelo secondo Giovanni «Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota» (Giovanni 19,17).

Nella prima epistola ai Corinzi così Paolo di Tarso descrive la venuta del Messia: "Fratelli, il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita" (1 Corinzi 15,45). Per questo motivo, Origene di Alessandria, teologo e filosofo greco antico del III secolo, uno tra i principali scrittori e teologi cristiani, direttore della «scuola catechetica» di Alessandria, riteneva che il Golgota fosse il luogo della sepoltura di Adamo. Una interpretazione che ribadisce il ruolo di Gesù Cristo come "nuovo Adamo" ovverosia come Redentore.

Il teschio sormontato dalla croce presente nello stemma dell'Arciconfraternita della morte, quindi, descrive appunto questa simbologia con il teschio che rappresenta, appunto, il cranio di Adamo. Questa interpretazione è stata assunta nei secoli in molte iconografie di crocifissi al punto da entrare a far parte della tradizione cristiana. Ci sono molte opere che potrebbero essere citate, qui mi limito a citarne solo una tra le più famose ovvero il Crocifisso di Santa Maria Novella di Giotto, databile tra il 1290 e il 1295.

Con la speranza che possa essere di pubblico interesse,

dott. Sergio Pignatelli

* Testo a cura del dott. Sergio Pignatelli.
* Foto a cura del dott. Francesco Stanzione.

martedì 6 marzo 2018

La Settimana Santa a Grottaglie (TA)

Sul sito La mia Settimana Santa, nella sezione dedicata a La Settimana Santa in Puglia, ho pubblicato una scheda monografica su
* Testo a cura del dott. Francesco Stanzione.
* Foto tratta dal web.

mercoledì 28 febbraio 2018

Le Marce Funebri della tradizione molfettese

A cura del prof. Cosmo Tridente.

Le marce funebri della tradizione molfettese sono veri e propri capolavori musicali che fanno da colonna sonora alle processioni del Venerdì di Passione, del Venerdì Santo e del Sabato Santo. Sono composizioni che rappresentano il mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo; infatti iniziano in tonalità minore, che per natura esprime tristezza, per concludersi in tonalità maggiore che trasmette serenità e gioia per la Risurrezione. Come giustamente ha sottolineato Giovanni Antonio del Vescovo, il fatto che questo genere compositivo sia chiamato marcia funebre non significa che la composizione sia di basso livello: molto spesso non si dà la giusta importanza a queste composizioni, tra le quali vi sono veri capolavori di scrittura musicale, dove i compositori curano tantissimo l’armonia, la melodia, i fraseggi e il contrappunto.

Quando sono nate le marce funebri?

Il letterato e poeta Giacinto Poli, nel dare alle stampe nel 1851 a Napoli “Una processione del Venerdì Santo” scriveva che «soffermandosi di alquanto la processione in assegnati punti, soglionsi cantare varie strofette allusive alla circostanza, tra le quali quella del O vos omnes qui transitis per viam». Così incomincia una delle Lamentazioni di Geremia (1, 12), che Dante riporta testualmente nella Vita Nuova (VII). Da ciò si arguisce che anticamente, almeno sin alla prima metà dell’Ottocento, la processione non era accompagnata dalla banda come oggi si intende, ma appare più probabile che questa (processione) abbia inizialmente sostenuto il canto, per poi gradatamente limitarsi ad eseguire le marce funebri che via via entravano a far parte del repertorio molfettese.

Quante sono le marce funebri?

Sui libretti musicali della banda se ne contano 18, ma ci sono altre, fuori libretto, che vengono raramente eseguite perché ritenute tecnicamente “difficili” da concertare o non adatte al lento e grave incedere dei portatori delle sacre immagini.
Il repertorio delle marce funebri destinate alle processioni della Settimana Santa è giunto a noi grazie al lavoro del copista Vincenzo Avellis (1868-1954). L’attività di Avellis è oggi nota attraverso i manoscritti musicali custoditi in vari luoghi di Molfetta: la Biblioteca Comunale, l’Archivio dell’Arciconfraternita della Morte e dell’Arciconfraternita di Santo Stefano. Nella Biblioteca Comunale sono custodite numerose copie di marce funebri realizzate tra il 1928 ed il 1945; tra esse assumono particolare valore storico quelle poco conosciute odiernamente come La Congiura dei Giudei, composta dal maestro di cappella della Cattedrale di Matera, Vincenzo Tritto (1846-1918) e Pianto di Madre di Raffaele Caravaglios (1864-1941).

Chi sono i compositori?

A Molfetta è particolarmente acclarato il ruolo assunto da una triade di compositori “per banda” che in qualche modo dominò gran parte dell’Ottocento e del Novecento. Vincenzo Valente (1830-1908), Saverio Calò (1845-1908) e Francesco Peruzzi (1863-1946). In realtà ad essi andrebbero aggiunti Sergio Panunzio (1812-1886), del quale è andata persa La Tradita (marcia funebre composta per la morte di Ferdinando II) e Giuseppe De Candia (1836-1904), autore di due marce funebri, di cui una s’intitola Marcia n.4, meglio conosciuta dal popolo come marcia du vòeve perché gli intervalli musicali che caratterizzano il controcanto iniziale provocano una successione di suoni che sembrano imitare il muggito del bue.
A partire dagli anni ’60 del secolo scorso si sono fatti strada giovani compositori. Ricordiamo: Giovanni Picca (con la marcia funebre “Venerdì Santo”), Alfredo Fiorentini (con le marce “A mio padre” e “Una vita incompiuta”), Damiano Binetti (con le marce “Alba di passione” e “In morte del Maestro Angelo Inglese”), Michele Consueto (con la marcia “Shalom”), Mauro Spagnoletti (con la marcia “Michele”), Giuseppe Inglese (con le marce “Paolo” e “In memoria di Gina Altamura”), Giuseppe Amato (con la marcia “Mestizia”), Angelo Inglese junior (con la marcia “Crepuscolo”).

Sensibilità dell’animo molfettese

Gerardo de Marco, nel suo libro “Dalle Ceneri alla Settimana Santa” ha scritto che le marce funebri altro non sono che «composizioni musicali alquanto orecchiabili, dalla dolce vena melodica, esprimenti dolore e tristezza (come peraltro è consono all'atmosfera di mestizia del Venerdì e Sabato Santo) che palpitano, anche nei titoli, di ricordi nostalgici e tristi, di emozioni, di sentimenti popolari semplici e genuini. Un mondo fatto di piccole cose che rispecchia e riflette l'animo e la vita del molfet­tese, il suo quotidiano lavoro faticoso, sia esso dell'artigiano rinchiuso nella bot­tega, che del contadino confortato dallo stormire delle foglie o del marinaio cul­lato dallo sciabordare delle onde. In certi passaggi musicali si è portati a imma­ginare lo sbatacchiare delle vele ed il sibilo del vento tra il sartiame delle bar­che, la dolcezza di un tramonto sul porto, l'angoscia di un temporale imminente oppure la carezzevole nenia di una madre che amorevolmente culla il figlio.
Quante vicende sono celate nei titoli delle composizioni? Non lo sapremo mai compiutamente, eppure «Lo sventurato», «L'ultimo addio», «Tramonto tragico», «Povera Rosa», «Doloroso addio» - per citarne alcuni - lasciano intuire un mondo di affetti, di sofferenze e di dolore che ognuno può ripercorrere ricor­dando le proprie esperienze quotidiane. In questo senso la musica non resta fine a sé, ma diventa motivo di meditazione, conforto, preghiera ed eleva l'animo all'amore, alla carità , alla bontà».
Dopo questa breve carrellata storica, parlare di ogni singola marcia sarebbe un discorso troppo lungo che richiederebbe di annoiare i lettori, per cui mi soffermerò solo su una marcia, lo “Stabat Mater”, abbastanza conosciuta perché viene tradizionalmente eseguita alla ritirata dell’Addolorata (il Venerdì di Passione) e della Pietà (il Sabato Santo). La marcia prende il nome dall’inno liturgico, scritto in latino da Jacopone da Todi (Stabat Mater dolorosa / iuxta crucem lacrimosa…) e sta ad indicare la presenza di Maria ai piedi della Croce o seduta ad un masso tenendo sulle ginocchia il corpo esanime di Gesù.
La bellezza dei versi e il loro uso liturgico hanno richiamato l’attenzione di molti compositori in tempi e modi diversi: in particolare, è stato musicato oltre che da Rossini, da grandi musicisti come Scarlatti, Pergolesi, Verdi, Donizetti, Dvorak, Vivaldi.
Lo Stabat Mater di Rossini fu composto nel 1832 ed eseguito l’anno successivo nella Cappella di San Felipe el Real di Madrid. Per una composizione così lontana geograficamente l’impegno di Rossini non fu certo massimo: dei dieci brani della sequenza solo sei vennero composti da Rossini mentre un collaboratore, Giuseppe Tadolini, realizzò i rimanenti quattro.
Nel 1841 si rischiò la pubblicazione della composizione in questa forma spuria e Rossini ebbe quindi lo stimolo di revisionare l’intero spartito e comporre i quattro numeri mancanti. La prima “ufficiale” avvenne il 7 gennaio del 1842 al Theatre des Italiens a Parigi.
A proposito di questa marcia, dobbiamo fare un po’ di chiarezza. Esistono due versioni per banda dello Stabat: la n. 1 e la n. 2. Come ha scritto Giovanni Antonio del Vescovo, la versione che solitamente ascoltiamo, la numero 1, è una riduzione fatta da un anonimo musicista molfettese. Infatti nel manoscritto conservato presso la Biblioteca Comunale “G.Panunzio” di Molfetta leggiamo nel foglio iniziale: «Marcia funebre sui motivi dello Stabat Mater del maestro Gioacchino Rossini. Molfetta, febbraio 1928», senza alcuna indicazione relativa all’autore. Al di sotto della data, figura il nome di «Vincenzo Avellis», un noto copista che in quell’anno avrebbe provveduto alla trascrizione della marcia. Una conferma ulteriore del fatto che la n.1 sia di anonimo, la si ottiene da un altro manoscritto della Biblioteca Comunale: un libretto risalente al 1895, del primo bombardino. Esso consta di 17 marce in repertorio della banda di fine Ottocento. Una di queste marce è indicata semplicemente col titolo di “Stabat di Rossini”.
La versione n. 2, invece, è una splendida riduzione dell’opera rossiniana, operata dal Maestro Francesco Peruzzi nel 1927 e dedicata a suo figlio Giuseppe Peruzzi junior, come leggiamo nel 1°foglio della partitura conservata nell’archivio dell’Arciconfraternita della Morte: «Stabat Mater n.2 di Gioacchino Rossini. Ridotto a marcia funebre per banda. Partitura. A mio figlio Giuseppe Peruzzi, Presidente, e agli amici Vito Binetti e Giovanni Abbattista, componenti l’Amministrazione dell’Arciconfraternita della Morte, offro questo modesto lavoro. Molfetta, dicembre 1927. Francesco Peruzzi». Questa marcia, come sostiene l’autore citato, venne eseguita fino al 1935, data dalla quale la marcia non figura più nei nuovi libretti ricopiati da Avellis, rimanendo in uso sino ad oggi solo la “n. 1”.
Ancora un pensiero del compianto scrittore Gerardo de Marco: «Intorno ai tradizionali eventi della Passione, i molfettesi hanno saputo creare una cornice di misticismo religioso ed intensa spiritualità che, da secoli trasmessi da padre a figlio, continuano ad affascinarci e commuoverci».

* Testo a cura del prof. Cosmo Tridente.
* Foto Archivio privato del dott. Francesco Stanzione. 

domenica 29 ottobre 2017

29 ottobre 2007 - 29 ottobre 2017 - Dieci anni online


Il 29 ottobre 2007 lanciavo online questo Blog dal nome "La mia Settimana Santa".
Ero all'epoca Priore della venerabile Arciconfraternita della Morte di Molfetta e stavo da poco introducendomi nella conoscenza di quello che è attualmente il vastissimo universo della Settimana Santa nel web.
Tutto nacque per caso e senza alcuna pretesa, in seguito all'aver scoperto, digitando su Google le parole "processione dei Misteri", il sito "Processione Misteri di Trapani" dell'amico Beppino Tartaro, che a giusta ragione può essere considerato il padre e precursore di tutti i siti internet sulla Settimana Santa in Italia.
Questo sito mi piacque tantissimo, al punto che sentii anch'io il desiderio di diffondere in rete la bellezza e la unicità dei riti della Settimana Santa a Molfetta, ma dal mio personale punto di vista.
Mai però avrei immaginato che avrebbe incontrato tanto favore ed interesse da parte degli appassionati di queste tradizioni, al punto da contare ad oggi la bellezza di quasi 350.000 visite.
In seguito, agli inizi del 2010, ho affiancato al preesistente Blog anche il sito "La mia Settimana Santa".


Questo il testo con il quale, il 29 ottobre 2007, presentai la nascita del blog.

Nell'era di internet è diventato di moda poter disporre di un sito personale per motivi che variano da persona a persona.
Un po' sull'onda di questa tendenza, un po' per diletto, ma soprattutto per rendere partecipi delle mie emozioni quanti condividono con me lo stesso amore per i Riti della Settimana Santa, anche io ho voluto avere un sito tutto mio, questo sito appunto, che ho voluto chiamare "La mia Settimana Santa".
Avrei potuto chiamarlo con tanti nomi che si riferissero alle nostre tradizioni pasquali, invece ho preferito definirlo come qualcosa che appartenesse solo a me e che indicasse a tutti come la Settimana Santa è da me vista con gli occhi e con la mente.
Tutto quello che io pubblicherò, sarà il frutto di come dal punto di vista estetico intendo la Settimana Santa e di quello che per me rappresenta, in quanto cattolico.
Mi auguro quindi di riuscire a trasmettere a quanti visiteranno questo sito le mie stesse sensazioni ed il mio modo di intendere queste bellissime tradizioni, considerando che esse rappresentano eventi religiosi che solo ed esclusivamente come tali vanno trattati.

* Testo e foto a cura del dott. Franco Stanzione.